Senza ghiaccio per il riscaldamento globale

La calotta antartica si sta riducendo (riscaldamento globale)

riscaldamento globaleAnche a causa del cambiamento climatico e in particolare del riscaldamento globale (global warming) la calotta antartica sta perdendo circa 160 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno, il doppio rispetto alle ultime rilevazioni.

Il gruppo di scienziati, guidati da Malcolm McMillan dell’università inglese di Leeds, ha elaborato i dati del satellite Cryosat, lanciato nel 2010 dall’Agenzia spaziale europea (Esa) per misurare lo spessore dei ghiacci polari. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Geophysical Research Letters.

Il nuovo studio riguarda le misurazioni compiute fra il 2010 e il 2013, e aggiorna le osservazioni fatte da altri satelliti nel periodo 2005-2010.

Il risultato è molto preoccupante se si calcola che lo scioglimento del ghiaccio antartico è in grado di far innalzare il livello dei mari di circa 0,43 millimetri l’anno. Fra le cause di questo fenomeno il riscaldamento delle acque oceaniche e la creazione di venti più forti.

 

CO2: l’aprile più inquinato della storia

Il mese di aprile 2014 ha registrato  il livello di CO2 più alto nella storia umana delle rilevazioniriscaldamento_globale_cambiamenti_climatici_kyoto_due

Il mese appena trascorso ha superato in modo costante le 400 parti per milione (ppm) in atmosfera per tutto il mese.

Secondo gli esperti le concentrazioni di CO2 dovrebbero quasi sicuramente rimanere al di sopra delle 400 ppm a maggio e forse anche a giugno, per poi tornare a scendere sotto questo livello a luglio. Il rischio potrebbe essere però che dopo anni di accumuli, i livelli potrebbero restare sopra le 400 ppm anche in autunno, finendo per rimanere oltre tale limite per tutto l’anno. La prima misurazione oltre le 400 ppm è stata rilevata il 9 maggio del 2013. La misurazione della CO2 in atmosfera è monitorata da un sito sul vulcano Mauna Loa alle Hawaii.

Ogni anno l’atmosfera attraversa un ciclo di livelli di anidride carbonica che si innalzano in base all’influenza delle stagioni: aumentano in primavera e in inverno, raggiungendo il picco a maggio con la fioritura delle piante; di qui in poi, grazie alla fotosintesi, i vegetali contribuiscono a ‘succhiare’ CO2 e i livelli diminuiscono. Questa volta la preziosa funzione del verde sembra alle corde. Tutto ciò rende più realistico l’allarme lanciato qualche tempo fa dagli scienziati cui abbiamo dedicato numerosi articoli.

Un primo passo potrebbe essere l’approvazione in questi giorni da parte della Camera americana (gli Stati Uniti sono i primi immetti tori di Co2 in atmosfera) della legge di Obama sul risparmio energetico, tra molte defezioni anche di democratici che temono di scontentare le industrie del proprio collegio costrette ad attuare sostanziali misure per la riduzione dell’inquinamento climalterante. Ora si attende il responso del senato.

 

La terra dei fuochi: non tutto il male…

…viene per nuocere. Anche da questa brutta storia forse è possibile trarre qualche cosa di utile

Terra dei fuochiLa Terra dei Fuochi potrebbe diventare un “laboratorio a cielo aperto” sugli effetti dell’inquinamento sulla salute, utilizzando i fondi europei per la ricerca destinati alla Campania.

La rivista Nature lo propone in un editoriale che ricostruisce le vicende che hanno portato alla scoperta delle discariche abusive nella zona tra Napoli e Caserta.

«La Campania – spiega Gennaro Ciliberto, direttore scientifico dell’Istituto nazionale tumori Pascale di Napoli – potrebbe essere un perfetto campo di studi per un programma di ricerca e biomonitoraggio».

I precedenti, stando all’articolo, ci sono: nella città greca di Tessalonica con i fondi europei è stato iniziato un progetto per cercare tracce della combustione delle biomasse nel sangue e nelle urine degli abitanti. «’La Ue ha destinato 6,9 miliardi di euro alla Campania solo per il periodo 2007-2013 – ricorda ancora Nature -. L’allocazione della prossima tranche è ancora in discussione, e l’idea di Ciliberto merita di essere presa in considerazione».

 

Gas serra: tagli che fanno bene

rinnovabiliRispetto all’anno di riferimento del Protocollo di Kyoto, il 1990, l’Italia ha ridotto i gas serra del 11,4%

Nel 2012 nel nostro Paese le emissioni totali di gas serra – espresse in CO2 equivalente – sono diminuite del 5,4% rispetto al 2011 e dell’11,4% rispetto al 1990, anno di riferimento per il Protocollo di Kyoto. Questi sono alcuni dei dati dell’inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra presentato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) nell’ambito della Convenzione quadro per i cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, l’Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change).

La diminuzione è conseguenza sia della riduzione dei consumi energetici e delle produzioni industriali a causa della crisi che ha anche delocalizzato alcuni settori produttivi, sia della crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico) e di un incremento dell’efficienza energetica. Tra il 1990 e il 2012 «le emissioni di tutti i gas serra considerati dal Protocollo di Kyoto sono passate da 519 a 460 milioni di tonnellate di CO2 equivalente; variazione ottenuta principalmente grazie alla riduzione delle emissioni di CO2, che contribuiscono per l’84% del totale e risultano nel 2012 inferiori del 4,6% rispetto al 1990» (fonte Ispra).

I settori più importanti sono quelli della produzione di energia e dei trasporti che contribuiscono alla metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti. Rispetto al 1990 nel 2012 le emissioni delle industrie energetiche sono diminuite dell’8% a fronte di un aumento della produzione di energia termoelettrica da 178,6 Terawattora (TWh) a 217,6 TWh, e dei consumi di energia elettrica da 218,7 TWh a 307,2 Twh.

Sempre nel periodo 1990-2012 le emissioni energetiche dal settore residenziale e servizi sono aumentate dell’8,2% mentre le emissioni del settore dell’industria manifatturiera sono diminuite del 36,8% rispetto al 1990. Per il settore dei processi industriali nel 2012 le emissioni sono diminuite del 26,5% rispetto al 1990 e le emissioni dal settore dell’agricoltura sono diminuite del 16% tra il 1990 e il 2012. Alcuni settori come trasporti o refrigerazione hanno subito incrementi che però sono stati ben compensati, specie sul fronte dell’efficienza.

Nella gestione e trattamento dei rifiuti le emissioni sono diminuite del 17,5%, e sono destinate a ridursi ancora nei prossimi anni mentre si spera in un sempre maggiore incremento delle fonti di energia rinnovabile entro il 2020.

 

 

Sacchetti verdi contro plastica leggera

sacchettoEntro il 2019 nella Ue l’uso dei sacchetti per la spesa di plastica leggera (più sottili di 50 micron), i più inquinanti e diffusi, dovrà essere tagliato dell’80%

Il Parlamento europeo ha approvato quasi all’unanimità (539 sì, 51 no, 72 astenuti) la relazione in prima lettura presentata dall’ecologista danese Margrete Auken contro le inquinantissime buste di plastica.

Il voto fissa la posizione del Parlamento (in mancanza dell’accordo col Consiglio, dove i 28 Paesi sono divisi) in vista del negoziato dopo le elezioni del 25 maggio. Nel 2010 in Europa sono stati consumati poco meno di 10 miliardi di shopper leggeri, di cui quasi il 90% non è stato riutilizzato e quindi oltre 8 miliardi di pezzi sono finiti tra i rifiuti, con un impatto devastante sull’ecosistema. Secondo cifre diffuse dal gruppo dei liberal-democratici (Alde) ogni cittadino europeo utilizza 198 di questi sacchetti all’anno, con grandi differenze su base nazionale: dai 4 a testa di Danimarca e Finlandia ai 466 di Polonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Paesi baltici. Un inutile sproposito visto che esistono soluzioni perfettamente riutilizzabili , comode ed economiche.

L’Italia, questa volta, ha fatto da apripista all’Europa ed è stata battistrada nel mettere al bando i sacchetti di plastica non biodegradabili, vietati da 2011. Adesso il modello italiano diventa modello europeo dando una mano all’ambiente e stimolando la filiera della chimica verde nella ricerca e produzione di sacchetti a matrice organica: un’altra conquista della green economy.