Surriscaldamento globale: solo 16 anni di tempo

surriscaldamento globale

Con il placet degli scienziati è stato ufficialmente presentato a Berlino l’ultimo rapporto Ipcc

Ne avevamo già parlato: infatti, la prima parte del rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel of Climate Change) che indicava chiaramente le responsabilità primarie del fattore umano nel surriscaldamento climatico (0,85 gradi dall’industrializzazione) era stata presentata lo scorso settembre mentre la seconda parte, resa nota alla fine di marzo a Yokohama, in Giappone, riguardava gli effetti del cambiamento climatico sull’uomo e la natura.

Adesso siamo alle conclusioni: 16 anni di tempo, questo è quello che abbiamo davanti per un «trasferimento massiccio» dall’uso intensivo dei combustibili fossili alle energie rinnovabili. Dopo il processo di riscaldamento in atto non si potrà invertire e entro il 2100 le temperature medie globali aumenteranno fra 3,7 e 4,8 gradi (la soglia tollerabile è di due gradi). Per ottenere tale risultato sarà necessario tagliare entro il 2050 le emissioni di una percentuale tra il 40% e il 70% rispetto ai valori del 2010, per poi arrivare a un valore prossimo allo zero entro la fine del secolo.

Per arrivare al risultato presentato a Berlino gli esperti hanno analizzato oltre 1200 scenari possibili, elaborati da 31 team internazionali per 235 autori da 58 Paesi, che hanno messo a confronto oltre 10mila fonti scientifiche sull’argomento. Il rapporto mette bene in chiaro che si tratta di volontà politica, non di possibilità: le tecnologie ci sono.

L’accordo cui perviene il rapporto riguarda in particolare le strategie per la riduzione delle emissioni di gas serra e contiene anche, per la prima volta, un capitolo sul finanziamento e gli investimenti nel settore dell’energia necessari a contenere l’inquinamento atmosferico e scongiurare il surriscaldamento globale.

L’Italia e l’Unione europea, attraverso le direttive degli ultimi anni, sono tra le realtà «più avanzate» al mondo nel contrasto al surriscaldamento globale. In particolare, il nostro Paese segue le direttive europee sul 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di gas serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo da fonti rinnovabili entro il 2020) e la crescita della produzione da energie alternative è cresciuta in modo robusto.

Il mondo non deve scegliere tra sviluppo e catastrofe ambientale, deve solo capire che i costi della prevenzione sono un investimento e soprattutto un risparmio derivante dalla limitazione dei fenomeni atmosferici estremi e dall’inquinamento dell’aria che respiriamo. Quanto ci costano e ci costeranno queste due voci?

Molto più che correre ai ripari.

(Immagine: ecoo.it)

 

 

 

 

Global warming, aspettiamo il 31

Il  31 marzo 2014 verrà pubblicato il quinto rapporto dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) sui cambiamenti climatici

Se a settembre 2013 la prima parte del Rapporto  sul global warming era stata dedicato ai cambiamenti fisici, quella che si attende ora, la seconda parte, riguarderà l’impatto del cambiamento sulla società. Gli scienziati coinvolti nelle valutazioni sul futuro climatico del pianeta – si tratta di 209 autori principali, 50 curatori, 600 che hanno inviato contributi e 1.500 revisori – hanno concentrato l’analisi sulle macroregioni come il Mediterraneo (una di quelle che soffriranno di più) o le coste asiatiche, ma in generale alcune osservazioni valgono per tutti. Secondo Riccardo Valentini, l’italiano che assieme a un collega inglese ha coordinato la parte sugli effetti del cambiamento climatico in Europa,  l’analisi ha evidenziato il rischio che si produca una catena di effetti negativi che richiederà una nuova governance, cioè la  capacità di coordinamento delle risposte. Se non fermeremo le emissioni  che generano l’effetto serra dovremo prepararci a vivere in un mondo in cui fenomeni come incendi, alluvioni e impoverimento delle risorse alimentari presenteranno un conto pesante di vittime e di danni economici.

La pesca negli oceani potrebbe dimezzare, i raccolti di grano e riso calare del 2% ogni 10 anni, il ciclo idrico sarà sconvolto in larghe aree del pianeta accentuando la tendenza alla desertificazione. Entro il 2050 potremmo contare 200 – 250 milioni di rifugiati ambientali a causa del global warming. global warming La biodiversità animale e vegetale potrebbero subire un tracollo paragonabile a una nuova estinzione di massa. Dobbiamo dunque rassegnarci a una lettura che sembra una nuova versione dell’Appocalisse? Certo che no. I modelli sono complessi e le variabili tante. L’unica cosa che non cambia e sulla quale ognuno di noi può intervenire è la responsabilità dell’uomo. Se ognuno di noi si informerà e modificherà i propri comportamenti, la speranza di invertire la tendenza o almeno limitare i danni si farà più concreta. Intanto aspettiamo il 31 marzo. Vi terremo aggiornati sulle conclusioni del Rapporto.

 

Lavanderia cinese

inquinamento cinaIn Cina è allo studio un progetto per lavare le città innaffiandole dalla cima dei grattacieli

Presto a Pechino, e in altre megalopoli del gigante asiatico, in cima ai palazzi più alti potrebbero essere piazzati giganteschi annaffiatoi per irrorare le città come fossero giardini. Shaocai Yu, ricercatore dell’università cinese di Zhejiang e di quella statunitense del North Carolina, ritiene che spruzzare acqua dagli edifici potrebbe ridurre l’inquinamento atmosferico nelle metropoli della Cina.

In pratica Yu propone di simulare la pioggia in modo da ridurre gli inquinanti presenti in atmosfera e la foschia che causano, come accade anche nella nostra pianura padana, quando solo la pioggia serve a scongiurare il superamento della soglia di inquinamento. Inoltre, l’acqua usata dovrebbe essere raccolta e riutilizzata, per non aggravare la scarsità delle risorse idriche.

La geoingegneria contribuirebbe così a ridurre la concentrazione di polveri sottili mantenendola entro la soglia dei 35 microgrammi per metro cubo (nelle megalopoli cinesi negli ultimi 30 anni la crescita economica e industriale ha portato a un’ impennata dell’inquinamento causato da un mix di fonti quali l’energia a carbone, il traffico e i combustibili per il riscaldamento).

Il metodo è sicuro da un punto di vista ambientale, può essere implementato sul larga scala senza troppe difficoltà e a basso costo. Saranno contenti i cultori di giardinaggio che vedrebbero riprodotta su vasta scala un’operazione cui si dedicano da sempre, solo che questa volta a godere della salutare irrorazione sarebbe tutta la città.

(Immagine: il Nido, il celebre stadio realizzato per le Olimpiadi di Pechino)

 

Impatto ecologico: vero, finto…o rosso?

agrifoglioQual è l’impatto ecologico di un albero vivo rispetto a uno artificiale?

Da un lato l’abete vivo aiuta a combattere il global warming (riscaldamento globale) attraverso la carbon sequestration (assorbimento CO2), dall’altro lato l’albero artificiale può essere riutilizzato più volte (si presume una media di 6 anni) e non necessita di alcun pesticida o fertilizzante. E allora cosa fare?

La sociètà di ricerche Ellipsos ha affrontato questo problema valutando quattro diverse categorie di impatto ambientale: la salute umana, la qualità dell’ecosistema, il cambiamento climatico e lo sfruttamento delle risorse.

Se prendiamo un anno come arco temporale nel calcolo dell’impatto ambientale, l’albero artificiale ha un peso sul cambiamento climatico tre volte superiore di un albero vivo. In termini di impatto sulla salute umana la valutazione è quasi equivalente, ma se prendiamo in considerazione la qualità dell’ecosistema, l’abete finto è quattro volte meglio dell’albero vero. Questo perché la piantagione di abeti occupa una superficie terriera molto maggiore rispetto alla produzione di alberi artificiali, nonostante le aree utilizzate siano di solito spazi che non sarebbero utilizzati in altro modo.

Se invece allungassimo la linea del tempo, servirebbero ben 20 anni prima che l’albero artificiale diventi la soluzione migliore anche rispetto al cambiamento climatico.

Lo studio di Ellipsos ha calcolato che l’intera vita di un albero naturale emette 3,1 kg di CO2 ogni anno, mentre un albero artificiale produce 8,1 kg di CO2 per anno. Quindi equivarrebbe a un percorso fatto in auto rispettivamente di 125 km e 322 km.

Per i più fortunati la soluzione ottimale sarebbe piantarlo in giardino così da ritrovarlo ogni anno pronto per essere addobbato. Qual è in questo caso l’essenza migliore? La specie ideale per l’ albero di Natale è l’abete rosso.

È un albero che preferisce le temperature molto basse, ma le esposizioni soleggiate. Necessita di terreni freschi, sciolti e acidofili. Per quanto riguarda le innaffiature, si accontenta dell’acqua piovana e in caso di forte siccità basta annaffiarlo ogni 10-15 giorni.

Questi alberi vanno concimati al momento dell’impianto e, dopo la loro nascita, si può farlo ogni due/tre anni per garantire loro una crescita costante. L’abete rosso si moltiplica per seme, che va messo a germogliare in terriccio soffice, preferibilmente di bosco. Le nuove pianticelle nate dalla germinazione dei semi vanno trapiantate in singoli vasi e solo quando avranno raggiunto l’altezza di 40 cm circa possono essere collocate in piena terra.

La buca che deve ricevere l’impianto dell’abete rosso deve essere abbastanza grande, circa il doppio della larghezza e della profondità del vaso. Quando l’abete rosso viene messo in piena terra bisogna evitare di rompere il pane e le delicate radici. Il colletto della pianta deve essere posizionato a circa 2- 3 cm dal livello del terreno.

Questa pianta non va mai potata. Si recidono solo i rami secchi o danneggiati, senza strapparne alcuno. Se coltivate l’abete in vaso potete anche decidere di spostarlo in casa per le feste di Natale, così da poterlo addobbare stando attenti a tenerlo lontano da fonti di calore e solo per il tempo delle feste. Poi è meglio rimetterlo in giardino o in balcone, purché stia in zone fresche.

Chi desidera un albero vero, ma non può coltivarlo può rivolgersi al Corpo Forestale, che consiglia di rivolgersi ai vivai, per essere sicuri che l’albero non derivi da disboscamenti non autorizzati. Accertarsi, inoltre, che il sempreverde arrivi da un luogo non troppo distante da dove si abita (privilegiando gli alberi coltivati in Toscana e in Veneto) per evitare i lunghi trasporti  dall’est Europa, meno costosi, ma anche meno sostenibili.

In ogni caso, sempre il Corpo Forestale ci ricorda che ci sono anche altri tipi di piante sempreverdi per festeggiare il Natale: l’agrifoglio, il ginepro, il leccio, l’alloro, piante tipiche delle basse altitudini, sono bellissime. Nelle zone del litorale, invece, il corbezzolo e il viburno si prestano bene a sostituire l’abete rosso. Con un po’ di attenzione e di rispetto per la Natura il profumo di un albero vero può allietare il Natale senza danni per l’ecologia e contribuendo all’economia nelle regioni di tradizione vivaistica come la Toscana.

 

In altomare

cambiamenti climatici

Le stime provvisorie dell’Organizzazione metereologica mondiale rafforzano l’allarme sui cambiamenti climatici

3,2 millimetri. Di tanto nel 2013 crescerà mediamente il livello dei mari, facendo segnare un nuovo record. Lo certifica il bollettino provvisorio dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) delle Nazioni unite sulla base dei dati dei primi nove mesi dell’anno. Un valore doppio rispetto alla tendenza di crescita di 1,6 millimetri registrata nel corso del secolo scorso.

Conferme dei cambiamenti climatici in atto arrivano anche sul versante delle temperature, con il 2013 che si profila tra i dieci anni più caldi registrati dall’inizio delle moderne misurazioni, nel 1850.

Il documento dell’Omm è stato diffuso mentre le Filippine è alle prese con il tifone Haiden e i rappresentanti dei Paesi di tutto il mondo discutono a Varsavia del nuovo accordo internazionale per porre un limite alle emissioni di gas serra, principali responsabili degli stravolgimenti climatici in corso. Quanto a noi, il monito è stato rafforzato dal disastro di Olbia dovuto proprio, secondo i climatologi, al maggior calore delle acque del Mediterraneo.

I primi nove mesi dell’anno in corso stando al rapporto hanno pareggiato i dati del 2003, facendone il settimo periodo più caldo di sempre, con una temperatura media della superficie terrestre e degli oceani più alta di 0,48 gradi Celsius rispetto alla media 1961-1990. E in futuro i livelli dei mari continueranno a salire a causa dello scioglimento delle calotte di ghiaccio e dei ghiacciai.

«Più del 90% del calore in più stiamo generando con i gas serra è assorbito dagli oceani, che di conseguenza continueranno a riscaldarsi ed espandersi per centinaia di anni», osserva il Segretario generale dell’Omm Michel Jarraud.

Nei primi nove mesi del 2013, molte regioni hanno registrato temperature superiori alla media in particolare l’Australia, il nord dell’America del Nord, il nord-est dell’America del Sud, l’Africa del Nord e parte dell’Eurasia. Anche se i singoli cicloni tropicali non possono essere direttamente attribuiti ai cambiamenti climatici, i mari più alti e più caldi rendono più vulnerabili le popolazioni costiere.

I fattori da conciliare (sviluppo e necessità di contenere l’inquinamento climalterante in primo luogo) sono tanti e complessi, ma vanno affrontati comunque, altrimenti sarà la natura a imporre le sue regole che non prevedono necessariamente la continuazione di una specie che ha distrutto il suo habitat.