Ogm: mangiare informati/1

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In Italia il governo vieta la coltivazione del mais Mon810. Ma di cosa stiamo parlando più esattamente?

Il ministro delle Politiche agricole Nunzia De Girolamo, quello dell’Ambiente Andrea Orlando e della Salute Beatrice Lorenzin hanno firmato un decreto che vieta la coltivazione del mais Mon810 in Italia. La decisione del governo è stata sostenuta dalla Coldiretti con la motivazione che sono d’accordo 8 italiani su 10 e dalla Confederazione italiana agricoltori che ritiene che Italia ed Europa abbiano la possibilità di produrre colture libere da biotech, con beneficio per ambiente, salute e reddito degli agricoltori e degli allevatori. Contraria invece la Confagricoltura, che parla di divieti e bavaglio alla scienza.

Basterebbe questa spaccatura a rendere necessario un approfondito dibattito. Non basta infatti che l’80% degli italiani sia ostile. Spesso consenso e contrarietà si formano in assenza delle necessarie informazioni. In particolare, gli Ogm obbediscono a pulsioni che non tengono conto di scenari complessi che non riguardano solo l’Italia. Alla ricerca di informazioni ci siamo imbattuti nel blog Fedebiotech di Federico Baglioni, biotecnologo in prima fila nell’organizzazione di “Italia unita per la corretta informazione scientifica“.

Quello che state leggendo è l’estratto di una lunga intervista dalla quale abbiamo tratto alcune domande e risposte che vi sottoponiamo per un primo punto di vista sul tema. Ovviamente altri la penseranno diversamente e daremo spazio anche a loro la prossima volta.

Gli Ogm sono pericolosi per la salute umana?
Per la legge è Ogm qualsiasi organismo non umano modificato con tecniche di ingegneria genetica; dunque dal punto di vista legislativo non vengono contemplate le caratteristiche dei prodotti Ogm, siano essi piante o meno, e per questo motivo ogni Ogm andrebbe analizzato caso per caso. Ad ogni modo tutti gli Ogm commercializzati finora hanno passato severi controlli di sicurezza che non sono richiesti per i prodotti “convenzionali” e da più di dieci anni vengono costantemente utilizzati sia nell’alimentazione umana che, soprattutto, nella zootecnia, senza che sia stato riscontrato alcun problema correlabile specificatamente agli Ogm. Nonostante questi dati confortanti non esiste il concetto di rischio zero né per gli Ogm, né tanto meno per prodotti di cui giornalmente ci cibiamo e che consideriamo “tradizionali”. Questi ultimi, infatti, oltre ad essere frutto di modifiche spesso più invadenti di quelle provocate con l’ingegneria genetica, contengono composti tossici noti (prezzemolo, caffè, ecc.) e causano in individui sensibili reazioni allergiche accertate (noci, nocciole, fragole). In conclusione poiché ogni nuovo prodotto Ogm messo in commercio richiede opportuni controlli si può concludere che possiamo stare sufficientemente tranquilli.

Una delle obiezioni si riferisce all’effettiva utilità di questa tecnologia per l’agricoltura italiana; non ci servono, e anzi potrebbero danneggiare l’immagine all’estero del settore agroalimentare italiano.
A oggi importiamo milioni di tonnellate di derrate alimentari per la zootecnia, provenienti principalmente dal Sud America, che sono per la gran parte Ogm: dire che “non ci servono” significa non sapere quanto siamo dipendenti da questi prodotti. Il made in Italy, di cui ci facciamo vanto all’estero, utilizza questi mangimi e ne conferma la buona qualità. Dunque non solo abbiamo bisogno di Ogm, ma sarebbe molto più sensato utilizzare la filiera italiana, e produrli qui, valorizzando il settore tecnologico e i cervelli italiani, piuttosto che dover importare il prodotto finale dall’estero, pagando anche tutti i costi di filiera straniera.

La paura che l’agricoltura italiana possa venir danneggiata dagli Ogm ha origine da due questioni di fondo.
La prima è quella per cui gli Ogm sarebbero sinonimo di prodotti di scarsa qualità e di monocoltura; questo induce a credere che l’uso renderebbe l’Italia un recipiente di prodotti standardizzati e omologati a quelli esteri. Questa correlazione è inesatta, sia perché l’utilizzo a oggi è limitato al settore zootecnico, sia perché un Ogm è tale per via della tecnica utilizzata e non per le caratteristiche del prodotto: ciò significa che un Ogm non deve corrispondere per forza a quello coltivato su larga scala, ma può venire incontro alle esigenze specifiche del coltivatore italiano. È chiaro, quindi, che l’utilità delle colture transgeniche dovrà essere considerata caso per caso; un Ogm costruito su varietà locali per resistere a infestazioni da un insetto specifico della pianura padana sarà molto più interessante di una pianta transgenica progettata in Nord America.

La seconda questione, intimamente legata alla prima, riguarda la credenza che l’inquinamento genetico possa danneggiare le altre colture, o addirittura che basti un singolo seme Ogm per trasformare tutti i campi convenzionali o biologici in transgenici. Diciamo subito che ogni coltura ha un grado di contaminazione inevitabile con altre varietà e altre colture non Ogm (sono spesso tollerati valori fino al 2 o al 4%, senza che si consideri pregiudicata la qualità). Dunque, la soglia dello 0,9% fissata per gli Ogm, non solo è facilmente rispettabile seguendo appositi protocolli di confinamento, ma è già molto più restrittiva di quanto consideriamo accettabile normalmente.

In generale, la coltura Ogm differisce da quella convenzionale solo per la resistenza a un insetto o un erbicida, non per le caratteristiche organolettiche: un pomodoro San Marzano Ogm che resiste a un virus è sempre un pomodoro San Marzano. Per quanto riguarda le contaminazioni, per il mais bastano meno di 50 metri per avere una contaminazione minore dello 0,9% e, considerato che la stragrande maggioranza del mais è ibrido (il mais “naturale” in Europa di fatto non esiste) e viene utilizzato per lo più in aziende che già fanno uso di mangimi Ogm, è un rischio di davvero poca rilevanza.

Per quanto riguarda le infrazioni, invece, è bene ricordare che secondo le normative europee uno Stato membro non può vietare la coltivazione di un prodotto Ogm, a meno che non vi siano danni ambientali o sanitari conclamati che, nel caso del Mon810, non sono mai stati osservati. I singoli Paesi, semmai, devono impegnarsi a rendere noti i protocolli di coesistenza tra colture Ogm e non Ogm per rendere più serena la convivenza tra agricoltori che vogliono fare scelte diverse.

Fino a questo momento quali colture Ogm sono state autorizzate dall’Europa e con che vantaggi?
A livello mondiale sono parecchie le colture ingegnerizzate, le caratteristiche inserite e tantissimi i prodotti in fase di sperimentazione, ma attualmente l’unica pianta transgenica approvata e commercializzata in Europa di una certa rilevanza è il mais Mon810 che ha la caratteristica di resistere alle infestazioni di una specifica classe di insetti (in particolare la piralide) grazie all’inserimento in pianta di un gene batterico proveniente dal Bacillus Thuringensis, le cui spore sono comunemente usate anche in agricoltura biologica. La tossina che viene espressa è innocua per l’uomo perché specificatamente attivata dalla digestione basica di questi insetti. Queste colture permettono di ridurre le perdite dovute alle infestazioni che possono anche azzerare i raccolti e limitare l’utilizzo di insetticidi, con conseguenti minori costi e minor impatto su ambiente e salute degli agricoltori. Essendo la resistenza all’insetto l’unica caratteristica specifica di questo Ogm, la sua efficacia dipenderà dal livello di infestazione zona per zona e sarà compito dell’agricoltore, quindi, valutare se e quanto la sua adozione sarà conveniente.

Un’altra critica ha a che fare con lo strapotere delle multinazionali in questo settore.
Lo strapotere delle multinazionali è un dato di fatto, ma va affrontato in maniera razionale e coerente: gran parte dei prodotti di cui disponiamo provengono da multinazionali e la stragrande maggioranza anche dei prodotti agricoli in commercio, siano essi Ogm o meno, sono venduti da multinazionali. Ma ci sono anche tantissimi enti e università pubbliche che fanno ricerca sugli Ogm e hanno sviluppato in tempi passati e recenti prodotti transgenici di indubbio interesse, sia a livello commerciale che a livello umanitario. Per quale motivo, allora, a parte la papaya hawaiiana resistente a un virus, nessun prodotto di origine pubblica è stato messo in commercio?

I motivi sono molteplici: innanzitutto la normativa è terribilmente sbilanciata poiché pretende per gli Ogm (e non per le nuove varietà ottenute grazie a modifiche di tipo convenzionale) una quantità di studi, tempo e soldi esagerata. Ciò consegna di fatto il monopolio a chi, come le multinazionali, ha i soldi per potersi permettere studi e costi normativi. L’ingente quantità di risorse necessaria per le regolamentazioni spinge, inoltre, a sviluppare colture che possano essere coltivate su terreni estesi, con un mercato redditizio e consolidabile. Prodotti di nicchia come il pomodoro tipico San Marzano resistente al virus che lo sta facendo scomparire sarebbero però molto più adatti a realtà locali e frammentate come quelle italiane. Però questi prodotti, avendo un bassissimo ritorno economico, non hanno mai visto la luce per via dei costi di approvazione smisurati, nonostante siano stati sviluppati da tempo (il San Marzano Ogm è stato sviluppato dall’azienda Metapontum Agrobios, in Basilicata).

Un secondo motivo sta nell’ostilità verso la tecnologia, che in Italia è particolarmente forte. Una multinazionale riesce a mantenere ed espandere il proprio mercato, nonostante forti opposizioni, grazie a risorse finanziarie che le consentono di mettere in commercio e promuovere prodotti che sono molto competitivi e redditizi. Un’università pubblica, specie se carente di risorse come quella italiana, si trova invece a dover abbandonare progetti dai fini più nobili per via dei costi troppi elevati e per la mancanza di sostegno da parte di istituzioni, aziende e consumatori. Questi pregiudizi non fanno che rendere le università, gli enti pubblici e le piccole aziende sempre meno incentivate a spendere le poche risorse in una tecnologia che, seppur valida e promettente, rischia di risultare fallimentare a livello di mercato e di immagine per i boicottaggi che seguirebbero. Dunque è proprio la mala informazione e la cattiva abitudine di associare una tecnologia a un singolo prodotto che limita enormemente le potenzialità della tecnologia stessa: cattiva abitudine di coloro che si oppongono agli Ogm per via delle multinazionali e non si rendono conto che è proprio questo atteggiamento ad aver spianato loro la strada, tagliando le gambe alla ricerca indipendente.

Non dobbiamo in ogni caso dimenticare che i prodotti che consideriamo naturali sono scaturiti da mutazioni profonde e incroci con specie di altri continenti. I coltivatori antichi sono stati i primi grandi sperimentatori, anche se su tempi più lunghi di quelli consentiti oggi dall’ingegneria genetica. E dunque, quella che oggi è tradizione, una volta era la rivoluzione tecnologica disponibile, a sua volta probabilmente osteggiata e magari ripudiata.

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Fin qui abbiamo sintetizzato le opinioni di Federico Baglioni, ma la scienza e la tecnologia non sono di per sé salvifiche o demoniache, è l’uso che se ne fa che deve essere sottoposto al giudizio critico.

Ma per poterlo formulare bisogna informarsi e conoscere la realtà, senza pregiudizi. La fame e la sete che riguardano già oggi milioni di persone (e in futuro anche di più) ci obbligano ad assumerci questa responsabilità. Come premesso all’inizio, quello che abbiamo condiviso qui è un punto di vista aperto alle opinioni diverse che saremo ben lieti di ricevere e pubblicare. Da parte nostra la prossima puntata la dedicheremo alle voci critiche (anche perché nel frattempo è arrivata la notizia che Monsanto si ritirerà  dal mercato europeo).

 

 

 

Ogm: mangiare informati/1 ultima modidfica: 2013-07-17T14:43:19+00:00 da Antonella Danioni Cicalo'