In Groenlandia, un paesaggio sconosciuto

groenlandiaSotto al ghiaccio la nuova tecnologia radar ha trovato un nuovo mondo sotterraneo congelato

Finora gli scienziati che studiavano la calotta glaciale della Groenlandia erano convinti della presenza di catene montuose sotto lo spesso strato di ghiacci.

Ora, attraverso l’utilizzo di tecnologie radar all’avanguardia, gli studiosi del Lamont Doherty Earth Observatory della Columbia University statunitense, hanno concluso che le formazioni sottomarine individuate sono composte di ghiaccio e non di roccia e sono state create dallo scioglimento e dal successivo ricongelamento dell’acqua nella parte inferiore dei blocchi di ghiaccio.

Picchi alti quanto grattacieli sono stati pubblicati sulla rivista Nature Geoscience. Le strutture, stando allo studio, misurano fino a un chilometro di spessore e coprono circa il 10% delle aree indagate del nord del Paese.

Gli scienziati finora non erano al corrente di tali  complesse formazioni sottomarine che potrebbero approfondire la comprensione di come le lastre di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide rispondano al cambiamento climatico.

Earth Day

earth dayGiornata della Terra, questo è il nome usato per indicare il giorno in cui le Nazioni Unite celebrano l’ambiente e la salvaguardia del nostro pianeta ogni 22 aprile, un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera

La prima volta era il 22 aprile del 1970 quando 20 milioni di cittadini americani, rispondendo a un appello del senatore democratico Gaylord Nelson, si mobilitarono in una storica manifestazione a difesa del pianeta. Earth Day (Giornata della Terra) fu chiamata: tutti, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal reddito, dalla religione, hanno diritto di vivere in un ambiente sano, equilibrato e sostenibile. Ma tutti abbiamo la nostra piccola responsabilità. Da movimento giovanile infatti l’Earth Day è divenuto un avvenimento educativo e informativo l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, l’esaurimento delle risorse non rinnovabili e oggi il cambiamento climatico e le ecomafie. Oggi si parla sempre di più di riciclo dei materiali, conservazione delle risorse naturali, divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, di come preservare habitat fondamentali e di protezione delle biodiversità.

Si confrontano modelli e approcci, si fanno riflessioni e autocritiche. Gli scienziati hanno concluso che la minaccia di catastrofi apocalittiche, per quanto scientificamente documentabili, non serve a innescare comportamenti virtuosi, anzi: schiacciano la volontà con la sensazione di un’ incontrollabile sventura. Al contrario, sollecitare piccoli comportamenti virtuosi ricompensati dal profumo di un fiore, l’affetto di un animale soccorso, un lembo di verde da cui ottenere cibo sano è infinitamente più efficace. Se la promessa di un tremendo castigo fosse stata efficace saremmo ancora nel giardino dell’Eden, siamo invece su un pianeta malconcio, ma forse stavolta la salvezza sta anche in un briciolo d’ ottimismo, purché riguardi il comportamento di tutti.

 

Surriscaldamento globale: solo 16 anni di tempo

surriscaldamento globale

Con il placet degli scienziati è stato ufficialmente presentato a Berlino l’ultimo rapporto Ipcc

Ne avevamo già parlato: infatti, la prima parte del rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel of Climate Change) che indicava chiaramente le responsabilità primarie del fattore umano nel surriscaldamento climatico (0,85 gradi dall’industrializzazione) era stata presentata lo scorso settembre mentre la seconda parte, resa nota alla fine di marzo a Yokohama, in Giappone, riguardava gli effetti del cambiamento climatico sull’uomo e la natura.

Adesso siamo alle conclusioni: 16 anni di tempo, questo è quello che abbiamo davanti per un «trasferimento massiccio» dall’uso intensivo dei combustibili fossili alle energie rinnovabili. Dopo il processo di riscaldamento in atto non si potrà invertire e entro il 2100 le temperature medie globali aumenteranno fra 3,7 e 4,8 gradi (la soglia tollerabile è di due gradi). Per ottenere tale risultato sarà necessario tagliare entro il 2050 le emissioni di una percentuale tra il 40% e il 70% rispetto ai valori del 2010, per poi arrivare a un valore prossimo allo zero entro la fine del secolo.

Per arrivare al risultato presentato a Berlino gli esperti hanno analizzato oltre 1200 scenari possibili, elaborati da 31 team internazionali per 235 autori da 58 Paesi, che hanno messo a confronto oltre 10mila fonti scientifiche sull’argomento. Il rapporto mette bene in chiaro che si tratta di volontà politica, non di possibilità: le tecnologie ci sono.

L’accordo cui perviene il rapporto riguarda in particolare le strategie per la riduzione delle emissioni di gas serra e contiene anche, per la prima volta, un capitolo sul finanziamento e gli investimenti nel settore dell’energia necessari a contenere l’inquinamento atmosferico e scongiurare il surriscaldamento globale.

L’Italia e l’Unione europea, attraverso le direttive degli ultimi anni, sono tra le realtà «più avanzate» al mondo nel contrasto al surriscaldamento globale. In particolare, il nostro Paese segue le direttive europee sul 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di gas serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo da fonti rinnovabili entro il 2020) e la crescita della produzione da energie alternative è cresciuta in modo robusto.

Il mondo non deve scegliere tra sviluppo e catastrofe ambientale, deve solo capire che i costi della prevenzione sono un investimento e soprattutto un risparmio derivante dalla limitazione dei fenomeni atmosferici estremi e dall’inquinamento dell’aria che respiriamo. Quanto ci costano e ci costeranno queste due voci?

Molto più che correre ai ripari.

(Immagine: ecoo.it)

 

 

 

 

Che aria tira nel clima europeo?

Cosa fa l’Europa in materia di inquinamento e cambiamento climatico? La regola è 20-20-20

effetto serraQuali passi sta facendo l’Europa per contrastare il cambiamento climatico e le immissioni di gas a effetto serra? Se lo è chiesto Mondohonline in un’inchiesta di Franca Castellini Bendoni che riprendiamo in parte. Dalla metà del secolo scorso le concentrazioni di gas serra hanno avuto un’impennata, l’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, il livello di nevi e ghiacci è diminuito, il livello dei mari si è innalzato.

Le azioni intraprese dalla Ue in materia di clima partono dal presupposto che dal 1850, da quando cioè si è cominciato a registrarne l’andamento, la temperatura globale media sia cresciuta di 0.85° e pertanto, se non si riducono in maniera significativa le emissioni di gas serra, alla fine di questo secolo il riscaldamento globale potrebbe essere di 2°C superiore alle medie del periodo pre-industriale (1850-1900). Alcuni modelli prevedono addirittura +5C°, con gravi ripercussioni sulle popolazioni, soprattutto le più povere, colpite dalle catastrofi derivanti dal cambiamento climatico.

Nel corso degli anni si sono susseguiti vertici internazionali con alterne fortune. Ora, con l’obiettivo di rendere l’Europa più amica dell’ambiente e meno energivora, la Commissione europea ha progettato una roadmap per ridurre – entro il 2050 – gran parte delle emissioni di gas serra, puntando su tecnologie pulite per il futuro dell’economia europea.

Nel breve periodo (2020), l’Ue ha approvato un programma che prevede

riduzione delle emissioni di gas serra del 20% (o persino del 30%, se le condizioni lo permetteranno) rispetto al 1990;

– 20% del fabbisogno di energia, ricavato da fonti rinnovabili;

– aumento del 20% dell’efficienza energetica.

Con la roadmap al 2050 l’Unione europea guarda oltre l’obiettivo di breve periodo e intende mettere a punto un percorso che porti a tagli più consistenti delle emissioni entro la metà del secolo. Tutte le maggiori economie dei Paesi membri dovranno lavorare per far sì che il riscaldamento globale non superi i fatidici 2°C. La roadmap 2050 prevede infatti un possibile taglio delle emissioni dell’80% rispetto ai livelli 1990 con traguardi intermedi: -40% entro il 2030, -60% entro il 2040. Non sembrano essere obiettivi irraggiungibili: molte delle tecnologie che possono portare a questi risultati sono già disponibili, ma hanno bisogno di ulteriori sviluppi.

In un’economia a bassa emissione di carbonio si vivrà in edifici con bassi consumi energetici  grazie a sistemi intelligenti di riscaldamento e di raffreddamento, le strade saranno percorse da auto ibride ed elettriche, l’aria delle città sarà più pulita, anche grazie a trasporti pubblici più efficienti.

Sul fronte economico, una maggior produzione europea di energia da fonti rinnovabili farebbe diminuire il grado di dipendenza dell’Europa dalle costose importazioni di petrolio e gas e rendendola meno vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi. In media, si stima che nei prossimi 40 anni l’Ue potrebbe risparmiare 175-320 miliardi di euro all’anno sulla bolletta energetica.

La transizione ad un’economia a bassa emissione di carbonio potrà avere un effetto trainante sugli investimenti in tecnologie innovative e pulite per approvvigionamenti energetici con tasso inquinante basso o nullo. l’Europa dovrà nei prossimi quarant’anni aumentare gli investimenti in media di 270 miliardi di euro, pari all’1,5% del Pnl annuo.

Questo investimento addizionale porterebbe il Vecchio Continente ai livelli pre-crisi e potrebbe  stimolare la crescita di molti settori manifatturieri e di servizi ambientali. Si stima che se i governi utilizzassero i ricavi derivanti dalle tasse sulle emissioni inquinanti e/o dalla vendita delle quote di emissioni per ridurre i costi del lavoro, al 2020 potrebbero venire a crearsi fino a 1,5 milioni di nuovi posti di lavoro.

 

 

Anche il cambiamento climatico influenza la dieta mondiale

cambiamento climaticoIl clima e le sue variazioni  influenzano le risorse alimentari e le città dovranno organizzarsi in modo diverso

Giuseppe Longhi, urbanista presso l’Università di Venezia, ha scritto un interessante articolo che parte da un’indagine di John Vidal e pubblicata sul Guardian nell’aprile del 2013, sugli scenari alimentari a livello globale. Il  titolo è infatti  Climate change: how a warming world is a threat to our food supplies. Eccone una sintesi che evidenzia come i problemi alimentari investano anche le scelte urbane.

L’ufficio del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite preposto al cambiamento climatico segnala che rispetto a 20 anni fa molte più persone vivono in luoghi con un alto rischio climatico: 650 milioni di persone vivono in zone aride o semi-aride dove sono attesi i maggiori impatti di inondazioni, siccità e shock dei prezzi.  Gli studi suggeriscono che più di 200 milioni di persone soffriranno d’insicurezza alimentare entro il 2050 e più di 24 milioni di bambini di malnutrizione.

La Fondazione Mary Robinson per la giustizia climatica stima che l’aumento dei redditi e la crescita della popolazione mondiale, 2 miliardi in più di bocche da sfamare entro il 2050, genereranno un aumento dei prezzi del cibo fra il 40 e il 50%. Il cambiamento climatico farà crescere del 50% i prezzi del mais e un po’ meno quelli di frumento, riso e olio di semi.

In simmetria con l’aumento della popolazione e dei redditi, saliranno le temperature e cambieranno i regimi pluviometrici. Dobbiamo prepararci oggi per temperature più elevate ovunque, avverte l’International Food Policy Research  (Ifpri) di Washington. Il Consorzio di Ricerca per la Sicurezza Alimentare (Cgiar) sostiene già che i Paesi ricchi ignorano con incosciente sufficienza gli effetti dei cambiamenti climatici, sottovalutando che l’instabilità che ne deriva è inevitabile.

Le ultime proiezioni dell’Unione Europea indicano che le conseguenze più gravi del cambiamento climatico si faranno sentire intorno al 2050. Ma impatti negativi significativi sono attesi prima, con frequenti e prolungate ondate di calore, siccità e inondazioni. In Africa, Medio Oriente e Asia è previsto un calo di rendimenti fino al 30% per il riso, circa il 47% per il mais e del 20% per il frumento.  Sempre l’Ifpri, che elabora il Global hunger index, stima che i raccolti dell’Africa sub-sahariana possano diminuire del 5,22% entro il 2050, spingendo un gran numero di persone nella miseria.

Dai lavori di organizzazioni  di primo piano – come  lo Stockholm resilience institute, il programma Millennium dell’Onu, il programma Urban food security dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e Biodiversity 2020 promosso dalla Ue – si evince che l’esaurimento delle risorse stimola anche la rivalutazione delle risorse naturali come produttrici non solo di beni, ma anche di servizi essenziali (il raffrescamento, l’impollinazione ecc.).  Da qui la visione delle città come produttrici di servizi ecosistemici e di cibo. Questa attenzione è più viva nelle metropoli perché dispongono della maggiore concentrazione di saperi e perché sono più esposte ai pericoli delle prevedibili carestie, data la concentrazione di popolazione.

La questione della sopravvivenza alimentare nella città sta dando luogo a un sistema di progetti che ridefiniscano la città come una città i cui processi indotti dal cambiamento climatico siano di stimolo a uno sviluppo sostenibile, caratterizzato dall’autonomia alimentare ed energetica, oltre che dalla coesione sociale.

Questo approccio è promosso, per esempio, dai sindaci delle città statunitensi che hanno recentemente siglato un accordo per uno sviluppo smart basato su attenzione al cambiamento climatico, alla sostenibilità e all’autonomia alimentare, oppure da grandi imprese come la Siemens, la quale offre assistenza per una rigenerazione urbana resiliente basata su riconversione degli edifici, dei trasporti  e sull’autonomia energetica e alimentare, con particolare attenzione all’acqua.

La conseguenza sono documenti di pianificazione responsabile che vanno dalla grande New York, con il programma Foodprint, alla new town di Almere (Amsterdam), dove per ottenere una licenza edilizia occorre dichiarare non solo le volumetrie, ma anche la quantità di cibo che sarà prodotta sul lotto.