Global warming, aspettiamo il 31

Il  31 marzo 2014 verrà pubblicato il quinto rapporto dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) sui cambiamenti climatici

Se a settembre 2013 la prima parte del Rapporto  sul global warming era stata dedicato ai cambiamenti fisici, quella che si attende ora, la seconda parte, riguarderà l’impatto del cambiamento sulla società. Gli scienziati coinvolti nelle valutazioni sul futuro climatico del pianeta – si tratta di 209 autori principali, 50 curatori, 600 che hanno inviato contributi e 1.500 revisori – hanno concentrato l’analisi sulle macroregioni come il Mediterraneo (una di quelle che soffriranno di più) o le coste asiatiche, ma in generale alcune osservazioni valgono per tutti. Secondo Riccardo Valentini, l’italiano che assieme a un collega inglese ha coordinato la parte sugli effetti del cambiamento climatico in Europa,  l’analisi ha evidenziato il rischio che si produca una catena di effetti negativi che richiederà una nuova governance, cioè la  capacità di coordinamento delle risposte. Se non fermeremo le emissioni  che generano l’effetto serra dovremo prepararci a vivere in un mondo in cui fenomeni come incendi, alluvioni e impoverimento delle risorse alimentari presenteranno un conto pesante di vittime e di danni economici.

La pesca negli oceani potrebbe dimezzare, i raccolti di grano e riso calare del 2% ogni 10 anni, il ciclo idrico sarà sconvolto in larghe aree del pianeta accentuando la tendenza alla desertificazione. Entro il 2050 potremmo contare 200 – 250 milioni di rifugiati ambientali a causa del global warming. global warming La biodiversità animale e vegetale potrebbero subire un tracollo paragonabile a una nuova estinzione di massa. Dobbiamo dunque rassegnarci a una lettura che sembra una nuova versione dell’Appocalisse? Certo che no. I modelli sono complessi e le variabili tante. L’unica cosa che non cambia e sulla quale ognuno di noi può intervenire è la responsabilità dell’uomo. Se ognuno di noi si informerà e modificherà i propri comportamenti, la speranza di invertire la tendenza o almeno limitare i danni si farà più concreta. Intanto aspettiamo il 31 marzo. Vi terremo aggiornati sulle conclusioni del Rapporto.

 

Cotta o cruda? Il rapporto Ipcc

clima

La bistecca? No, parliamo della Terra. Le anticipazioni del rapporto Ipcc annunciano un preoccupante riscaldamento del pianeta, mentre per gli studiosi californiani del Sio la temperatura è in frenata. Chi avrà ragione?

In primo luogo spieghiamo gli acronimi: l’Ipcc è l’Intergovernamental panel on Climate change, la task force scientifica dell’Onu che ha vinto il Nobel per la pace, mentre il Sio è lo Scripps Institution of Oceanography, istituzione scientifica californiana di tutto rispetto che al tema ha dedicato uno studio pubblicato sulla rivista Nature. E allora chi ha ragione?

Va detto che per i ricercatori statunitensi, che hanno rilevato come dal 1998 ad oggi la temperatura media mondiale non sia cresciuta come temuto, il mancato aumento sia imputabile a La Nina, un fenomeno climatico ben noto che raffredda le acque superficiali dell’Oceano Pacifico centrale. Non si tratta quindi di un miglior stato di salute del pianeta né da un calcolo errato sulle emissioni di CO2, bensì di un fattore contingente. In breve, nel Pacifico equatoriale la relazione tra l’oceano e l’atmosfera porta a due fenomeni climatici alterni: el Nino e la Nina, rispettivamente il riscaldamento e il raffreddamento delle acque superficiali.

Gli effetti di raffreddamento della Nina interessano appena l’8% della superficie terrestre, ma possono comunque spiegare la frenata nell’incremento della temperatura globale. Stando a Shang-Ping Xie, coautore dello studio pubblicato su Nature, Il raffreddamento del Pacifico equatoriale è abbastanza forte da compensare l’aumento generale della temperatura indotto dai gas serra di origine antropica’ (cioè imputabili all’uomo). Si tratta quindi di un beneficio di breve periodo e non appena il Pacifico tornerà a scaldarsi l’allarme suonerà forte e chiaro.

E’ per questo che il rapporto che uscirà il 27 settembre 2013 anticipa l’ultimatum alla terra. In pratica gli scienziati quantificano in dieci anni il tempo per contenere il cambiamento climatico prima che evolva in catastrofe.

Il rapporto e gli scenari

Dopo sei anni di lavoro di oltre 200 cattedratici coadiuvati da 1500 esperti il rapporto sarà reso noto a giorni. Gli scenari previsti entro fine secolo sono quattro e i prossimi dieci anni saranno decisivi, tenendo conto che la prima scadenza per un accordo globale per contenere i gas serra)è prevista solo nel 2020 e i termini sono ancora assai vaghi. Tempo ne resta dunque ben poco, anche perché lo scenario paventato dalla Banca Mondiale include la possibilità di un aumento della temperatura fino a 3,7 gradi rispetto al periodo 1986 – 2005.

Nello scenario più favorevole la temperatura aumenterà di 1,7 gradi rispetto all’epoca preindustriale, sfiorando così la soglia dei 2 gradi, considerata anche dai governi il limite invalicabile di sicurezza.

Quale dei due estremi è più probabile? Per indirizzarci verso lo scenario meno disastroso dovremmo restare entro fine secolo nel tetto di 421 parti per milione di CO2 (in epoca preindustriale erano 280).. Abbiamo già oltrepassato le 400 parti per milione con un incremento di due parti abbondanti per anno. Continuando così tra 10 anni sforeremo il limite di sicurezza.

Combustibili fossili e produzione di cemento sono responsabili dell’89 per cento delle emissioni mentre il rimanente 11% tocca alla deforestazione. A tutta evidenza bisogna allora virare su un sistema energetico che punti sulle rinnovabili, sostituendole a carbone e petrolio. Il cambiamento in atto poi è vrloce e percebibile , come ciascuno di noi può certificare con la propria esperienza.

Tracciati gli scenari, l’Ipcc definisce “virtualmente certo” il cambiamento climatico e la spinta verso l’aumento della temperatura, ma fino a che livello? Un aumento compreso tra i 4 e i 6 gradi, vale a dire la tendenza attuale in mancanza di provvedimenti contenitivi, causerebbe secondo i biologi una sesta estinzione di massa.

Quando il nostro pianeta è stato esposto a concentrazioni di anidride carbonica superiori a 400 parti per milione le temperature erano di 4 gradi più alte, i mari avevano guadagnato fino a 40 metri e non veleggiavamo verso i 9 miliardi di esseri umani. Il pianeta è sopravvissuto, ma molte specie sono scomparse irrimediabilmente senza alcuna possibilità di intervenire sui fenomeni climatici e geologici (vulcanismo, eccetera) .

La nostra specie questa possibilità ce l’ha. Vediamo di sfruttarla.