Senza ghiaccio per il riscaldamento globale

La calotta antartica si sta riducendo (riscaldamento globale)

riscaldamento globaleAnche a causa del cambiamento climatico e in particolare del riscaldamento globale (global warming) la calotta antartica sta perdendo circa 160 miliardi di tonnellate di ghiaccio ogni anno, il doppio rispetto alle ultime rilevazioni.

Il gruppo di scienziati, guidati da Malcolm McMillan dell’università inglese di Leeds, ha elaborato i dati del satellite Cryosat, lanciato nel 2010 dall’Agenzia spaziale europea (Esa) per misurare lo spessore dei ghiacci polari. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Geophysical Research Letters.

Il nuovo studio riguarda le misurazioni compiute fra il 2010 e il 2013, e aggiorna le osservazioni fatte da altri satelliti nel periodo 2005-2010.

Il risultato è molto preoccupante se si calcola che lo scioglimento del ghiaccio antartico è in grado di far innalzare il livello dei mari di circa 0,43 millimetri l’anno. Fra le cause di questo fenomeno il riscaldamento delle acque oceaniche e la creazione di venti più forti.

 

Surriscaldamento globale: solo 16 anni di tempo

surriscaldamento globale

Con il placet degli scienziati è stato ufficialmente presentato a Berlino l’ultimo rapporto Ipcc

Ne avevamo già parlato: infatti, la prima parte del rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel of Climate Change) che indicava chiaramente le responsabilità primarie del fattore umano nel surriscaldamento climatico (0,85 gradi dall’industrializzazione) era stata presentata lo scorso settembre mentre la seconda parte, resa nota alla fine di marzo a Yokohama, in Giappone, riguardava gli effetti del cambiamento climatico sull’uomo e la natura.

Adesso siamo alle conclusioni: 16 anni di tempo, questo è quello che abbiamo davanti per un «trasferimento massiccio» dall’uso intensivo dei combustibili fossili alle energie rinnovabili. Dopo il processo di riscaldamento in atto non si potrà invertire e entro il 2100 le temperature medie globali aumenteranno fra 3,7 e 4,8 gradi (la soglia tollerabile è di due gradi). Per ottenere tale risultato sarà necessario tagliare entro il 2050 le emissioni di una percentuale tra il 40% e il 70% rispetto ai valori del 2010, per poi arrivare a un valore prossimo allo zero entro la fine del secolo.

Per arrivare al risultato presentato a Berlino gli esperti hanno analizzato oltre 1200 scenari possibili, elaborati da 31 team internazionali per 235 autori da 58 Paesi, che hanno messo a confronto oltre 10mila fonti scientifiche sull’argomento. Il rapporto mette bene in chiaro che si tratta di volontà politica, non di possibilità: le tecnologie ci sono.

L’accordo cui perviene il rapporto riguarda in particolare le strategie per la riduzione delle emissioni di gas serra e contiene anche, per la prima volta, un capitolo sul finanziamento e gli investimenti nel settore dell’energia necessari a contenere l’inquinamento atmosferico e scongiurare il surriscaldamento globale.

L’Italia e l’Unione europea, attraverso le direttive degli ultimi anni, sono tra le realtà «più avanzate» al mondo nel contrasto al surriscaldamento globale. In particolare, il nostro Paese segue le direttive europee sul 20-20-20 (ridurre del 20% le emissioni di gas serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo da fonti rinnovabili entro il 2020) e la crescita della produzione da energie alternative è cresciuta in modo robusto.

Il mondo non deve scegliere tra sviluppo e catastrofe ambientale, deve solo capire che i costi della prevenzione sono un investimento e soprattutto un risparmio derivante dalla limitazione dei fenomeni atmosferici estremi e dall’inquinamento dell’aria che respiriamo. Quanto ci costano e ci costeranno queste due voci?

Molto più che correre ai ripari.

(Immagine: ecoo.it)

 

 

 

 

Global warming: chiamati a rapporto

Come avevamo anticipato l’Ipcc ha pubblicato l’atteso rapporto sul cambiamento climatico. Il global warming rischia di avere un impatto sociale catastrofico

Secondo il rapporto dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici, gli eventi meteorologici estremi derivanti dal global warming metterebbero a serio rischio la biodiversità: piante e animali entrerebbero in crisi e con essi le popolazioni che dipendono dagli ecosistemi agricoli. La riduzione dei raccolti e l’aumento delle patologie correlate si farebbero sentire (e in molte aree è già così) sull’intero pianeta, dato che gli effetti causati dai cambiamenti climatici sono già percepibili in tutti i continenti così come negli oceani.

I rischi di inondazione aumenterebbero soprattutto in Europa e Asia a causa delle emissioni di gas effetto serra, mentre la produzione di cereali andrebbe incontro a pesanti diminuzioni, a fronte di una domanda crescente. Paesi in dirittura di arrivo per uscire dalla povertà tornerebbero indietro, con la conseguenza di destabilizzare i già fragili equilibri attuali. Povertà, fame, sete e migrazione provocate dalle catastrofi naturali non sono – in un mondo globalizzato – circoscrivibili a questo o quel Paese, ma con un effetto domino sono in grado di mettere a rischio l’intero sistema. Il rapporto dovrà fare da base alle decisioni politiche e istituzionali che  verranno prese alla riunione Cop di Lima nel 2014 e, soprattutto,  in quella di Parigi del 2015. Entro questo lasso di tempo sarà ancora più urgente arrivare a decisioni praticabili e condivise che tengano conto del parere degli scienziati e della effettiva adozione delle misure contro il global warming.

Meglio poco, ma sicuramente applicato, che una serie di modelli più o meno catastrofisti che rimangono poi lettera morta. Certo è che la sostenibilità dovrà diventare una modalità di vita necessaria, o di morta, oltre alla lettera, resterà sul terreno anche la pace sociale e la Terra futura.

 

Global warming, aspettiamo il 31

Il  31 marzo 2014 verrà pubblicato il quinto rapporto dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) sui cambiamenti climatici

Se a settembre 2013 la prima parte del Rapporto  sul global warming era stata dedicato ai cambiamenti fisici, quella che si attende ora, la seconda parte, riguarderà l’impatto del cambiamento sulla società. Gli scienziati coinvolti nelle valutazioni sul futuro climatico del pianeta – si tratta di 209 autori principali, 50 curatori, 600 che hanno inviato contributi e 1.500 revisori – hanno concentrato l’analisi sulle macroregioni come il Mediterraneo (una di quelle che soffriranno di più) o le coste asiatiche, ma in generale alcune osservazioni valgono per tutti. Secondo Riccardo Valentini, l’italiano che assieme a un collega inglese ha coordinato la parte sugli effetti del cambiamento climatico in Europa,  l’analisi ha evidenziato il rischio che si produca una catena di effetti negativi che richiederà una nuova governance, cioè la  capacità di coordinamento delle risposte. Se non fermeremo le emissioni  che generano l’effetto serra dovremo prepararci a vivere in un mondo in cui fenomeni come incendi, alluvioni e impoverimento delle risorse alimentari presenteranno un conto pesante di vittime e di danni economici.

La pesca negli oceani potrebbe dimezzare, i raccolti di grano e riso calare del 2% ogni 10 anni, il ciclo idrico sarà sconvolto in larghe aree del pianeta accentuando la tendenza alla desertificazione. Entro il 2050 potremmo contare 200 – 250 milioni di rifugiati ambientali a causa del global warming. global warming La biodiversità animale e vegetale potrebbero subire un tracollo paragonabile a una nuova estinzione di massa. Dobbiamo dunque rassegnarci a una lettura che sembra una nuova versione dell’Appocalisse? Certo che no. I modelli sono complessi e le variabili tante. L’unica cosa che non cambia e sulla quale ognuno di noi può intervenire è la responsabilità dell’uomo. Se ognuno di noi si informerà e modificherà i propri comportamenti, la speranza di invertire la tendenza o almeno limitare i danni si farà più concreta. Intanto aspettiamo il 31 marzo. Vi terremo aggiornati sulle conclusioni del Rapporto.

 

Meglio guardare le nuvole

nuvole

I modelli sull’andamento del clima non tengono conto abbastanza conto del ruolo delle nuvole

In questi giorni di gelo eccezionale negli Stati Uniti non poteva mancare il rinfocolarsi dell’annosa polemica riscaldamento globale sì o no. Il superfreddo sembrerebbe contrastare l’idea del global warming, ma i sostenitori rispondono che un fenomeno è la faccia dell’altro e che i negazionisti sono al soldo delle multinazionali.

In questo…clima gli studiosi dell’Università  del Centro di ricerca sul cambiamento climatico del Nuovo Galles del Sud, ritengono di aver individuato la chiave per prevedere il comportamento delle nuvole e ritengono che non sarà di aiuto nel contenere gli aumenti di temperatura, come  invece prevedono molti modelli.

La ricerca scioglie una delle principali incognite della scienza climatica: la reattività del clima all’aumento dei livelli di Co2 sta nel comportamento delle nuvole e nella loro capacità di limitare gli aumenti, rinfrescando la superficie terrestre oltre a riflettere nello spazio i raggi del sole. Talvolta, però, l’aria si solleva solo di pochi chilometri fino a uno strato di confine, prima di ridiscendere verso la superficie terrestre, anche se altre può salire fino a 10-15 km (il più ottimistico dei 43 modelli esaminati prevede che l’aria raggiunga in maggior parte il livello più alto, formando nuvole che avrebbero un effetto rinfrescante).

Purtroppo dunque questi modelli presuppongono, secondo i ricercatori gallesi, una minore sensitività climatica e non sono corretti. Del resto, gli ultimi dati del Bureau di Meteorologia certificano per esempio che nel 2013 l’Australia ha subito l’anno più caldo mai misurato, con temperature di 1,2 gradi superiori alla media di lungo termine. Il rapporto sottolinea l’influenza delle emissioni di anidride carbonica, dichiarando che «il riscaldamento nella regione australiana è molto simile a quello osservato su scala globale e l’anno passato sottolinea che la tendenza al riscaldamento continua».

E in pieno freddo polare anche lo scontro continua. In assenza di certezze assolute sarebbe il caso di applicare il principio di precauzione e ridurre il prima possibile le emissioni di Co2 rispettando almeno le scadenze fissate per il 2020. Non manca molto.