Sacchetti verdi contro plastica leggera

sacchettoEntro il 2019 nella Ue l’uso dei sacchetti per la spesa di plastica leggera (più sottili di 50 micron), i più inquinanti e diffusi, dovrà essere tagliato dell’80%

Il Parlamento europeo ha approvato quasi all’unanimità (539 sì, 51 no, 72 astenuti) la relazione in prima lettura presentata dall’ecologista danese Margrete Auken contro le inquinantissime buste di plastica.

Il voto fissa la posizione del Parlamento (in mancanza dell’accordo col Consiglio, dove i 28 Paesi sono divisi) in vista del negoziato dopo le elezioni del 25 maggio. Nel 2010 in Europa sono stati consumati poco meno di 10 miliardi di shopper leggeri, di cui quasi il 90% non è stato riutilizzato e quindi oltre 8 miliardi di pezzi sono finiti tra i rifiuti, con un impatto devastante sull’ecosistema. Secondo cifre diffuse dal gruppo dei liberal-democratici (Alde) ogni cittadino europeo utilizza 198 di questi sacchetti all’anno, con grandi differenze su base nazionale: dai 4 a testa di Danimarca e Finlandia ai 466 di Polonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Paesi baltici. Un inutile sproposito visto che esistono soluzioni perfettamente riutilizzabili , comode ed economiche.

L’Italia, questa volta, ha fatto da apripista all’Europa ed è stata battistrada nel mettere al bando i sacchetti di plastica non biodegradabili, vietati da 2011. Adesso il modello italiano diventa modello europeo dando una mano all’ambiente e stimolando la filiera della chimica verde nella ricerca e produzione di sacchetti a matrice organica: un’altra conquista della green economy.

 

Food and Nutrition: che si mangia?

Si è chiuso all’università Bocconi di Milano il  quarto International forum on Food and Nutrition del Barilla Center che ha radunato i massimi esperti mondiali del settore

barillaCome mangeremo nel 2030? Attualmente sprechiamo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo mentre 868 milioni di persone sono malnutrite. Eppure sprechiamo oltre il 30% del cibo prodotto ogni anno: quattro volte la quantità necessaria a nutrire i suddetti affamati. E comunque, ciò che consumiamo oggi è più di quanto il pianeta riesca a rigenerare: in pratica la Terra non basta più. Di questo passo, per mantenere questo stile di vita nel 2050 serviranno tre pianeti anche tenendo conto dell’incremento demografico.

Quali saranno allora i fattori che nel prossimo futuro influiranno il nostro modo di rapportarci con il cibo e come possiamo affrontare il problema?

Ogni anno 36 milioni di persone muoiono per mancanza di cibo mentre per cause connesse all’eccessiva alimentazione (diabete e obesità in primo luogo) i decessi sono 29 milioni. I Paesi sviluppati hanno uno stile di vita non più sostenibile (1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato tra perdite lungo la filiera e cattive abitudini). Questi i temi al centro del dibattito organizzato dal Barilla Center for Food & Nutrition che ha coinvolto i massimi esperti internazionali sui temi al centro dell’attualità in sessioni plenarie alternate a workshop tematici di approfondimento.

Una sessione è stata dedicata alla green economy e ai casi concreti per una filiera agroalimentare sostenibile poiché i tradizionali metodi di gestione della filiera non sono più praticabili in prospettiva futura. La green economy invece può rappresentare una soluzione, sia nei Paesi maturi, dove appare vitale per uno sviluppo ulteriore, sia in quelli in via di sviluppo, dove può essere una via per la sicurezza alimentare.piramide barilla

In una sessione parallela è stata illustrata la doppia piramide alimentare e ambientale, il modello ideato dal Barilla Center che mette in relazione gli alimenti della tradizionale piramide alimentare con il loro impatto ambientale: emerge che gli alimenti per cui gli esperti di nutrizione raccomandano un consumo più frequente sono anche quelli con l’impronta ambientale minore, mentre quelli per cui si suggerisce un consumo moderato sono quelli con la maggiore impronta ecologica. Una sessione è stata dedicata al tema Mangiare nel 2030: il futuro dell’alimentazione tra stili di vita e innovazione, in cui mondo scientifico, industria, scienze sociali e consumatori hanno discusso dei grandi cambiamenti che nel prossimo futuro modificheranno il nostro modo di rapportarci con il cibo.

Due workshop sono stati dedicati rispettivamente a come comunicare il cibo e quale sia il ruolo di scrittori, chef, giornalisti e blogger. L’alimentazione e la nutrizione sono infatti al centro di una grande esposizione mediatica che rende sempre più importante una corretta informazione nella quale un ruolo determinante giocheranno i nuovi media. Particolare importanza avrà in futuro l’impatto di questa divulgazione sulle conoscenze e sulle abitudini alimentari dei giovani.

L’occasione è stata anche una vetrina per pubblicazioni dedicate al tema come La rivoluzione della lattuga. Si può riscrivere l’economia del cibo? di Franca Roiatti; Sprechi: il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare di Tristram Stuart. Nove miliardi di posti a tavola di Lester Brown mentre Danielle Nierenberg ha presentato Eating Planet, il primo libro del Barilla Center, in collaborazione con il Worldwatch Institute, che indaga i paradossi del sistema alimentare globale.

 

 

GreenItaly: Nutrire il futuro

simbola 2Mentre l’Italia si prepara a giocare la carta strategica di Expo 2015, il rapporto GreenItaly 2013 fotografa una realtà in cui gli occupati nella green economy sono già oltre tre milioni

Verrà presentato il 4 novembre 2013 a Milano nella sede di Expo 2015 di via Rovello, 2 il Rapporto GreenItaly 2013 stilato a cura della Fondazione Symbola.

Raccontare il peso e il ruolo della green economy nazionale e i suoi protagonisti, descriverne – numeri alla mano – i benefici per il Paese  insieme a tutto quanto ruota attorno a questo settore: questo è il significato con cui nasce il rapporto di Unioncamere e Fondazione Symbola. Il documento dimostra come per il nostro Paese green economy significhi anche made in Italy, innovazione, competitività. Significa cogliere nel presente i punti di forza dell’Italia che non rinuncia a fare l’Italia, fatta di bellezza e vocazioni antiche che si rinnovano con la ricerca e con le nuove tecnologie su cui edificare un futuro desiderabile, più equo e sostenibile, per andare oltre la crisi.

Un futuro possibile che conta già oggi su oltre 3 milioni di occupati nel settore dell’economia verde pubblica e privata, cui aggiungere altri tre milioni e settecentomila persone attivabili nell’indotto.

Il dieci per cento della popolazione potrebbe insomma trovare una collocazione in questo campo, senza contare chi sul campo ci sta davvero. L’agricoltura italiana infatti è una delle più competitive d’Europa con il primato produttivo di valore aggiunto per ettaro: 2.181 euro, il triplo della Gran Bretagna, il doppio di Spagna e Francia, una volta e mezzo quello della Germania. Il tutto ottenuto con una sicurezza alimentare di qualità, dato che abbiamo il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici oltre il limite stabilito.

Ma anche su altri versanti Symbola sottolinea come l’Italia nel 2012 sia stata tra i soli cinque Paesi al mondo (gli altri sono Corea del Sud, Germania, Cina e Giappone) a registrare un saldo commerciale con l’estero superiore ai 100miliardi di dollari per manufatti non alimentari.

Un invito pressante a non piangersi addosso, supportato da tantissimi dati che verranno illustrati proprio in occasione della giornata di presentazione del rapporto.

 

 

Inquinamento ambientale: buttiamo a mare la plastica

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Purtroppo è così. La Goletta Verde di Legambiente ha monitorato oltre 3.000 chilometri di mare prendendo in considerazione i rifiuti galleggianti più grandi di 25 centimetri. Risultato? Un mare di plastica

Quasi tutti i macro rifiuti galleggianti sono di plastica. Nel Tirreno raggiungono il record del 94% con 13,3 detriti ogni chilometro quadrato, contro i 5,1 del Tirreno centro-settentrionale, i 2,1 della tratta Livorno-Bastia e i 2,4 della tratta Fiumicino-Ponza.

Buste, bottiglie, flaconi, giocattoli, cassette e frammenti plastici e di polistirolo inquinano l’ecosistema marino italiano e non solo.

Il Programma ambiente delle Nazioni Unite (Unep) calcola infatti che la plastica rappresenti dal 60% all’80% del totale dei rifiuti in mare, con punte del 90-95% in alcune aree. Per fare un esempio, tra le Hawaii e la California è emerso un continente di plastica, praticamente un’isola galleggiante di spazzatura aggregatasi negli anni grazie ai capricci delle correnti e dal potente vortice subtropicale del Nord Pacifico. E così una parte dei 300 milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno veleggia alla volta della più grande discarica flottante nelle acque del pianeta contribuendo ad alimentare un gigantesco focolaio di inquinamento ambientale

Con il passare dei decenni della plastica rimangono coriandoli che i pesci scambiano per scaglie di cibo alterando l’intera catena alimentare. Anche a evitare questo servono le campagne come quella del Kyoto contro le vecchie buste di plastica.

Grazie all’entrata in vigore del bando sugli shopper non biodegradabili l’Italia (fino al 2010 primo Paese europeo per consumo di sacchetti di plastica col 25% del totale commercializzato in Europa) ha ridotto di molto questa percentuale.

Tra l’altro, nel campo delle bioplastiche l’Italia si sta rivelando un esempio virtuoso di green economy precedendo gli altri in tecnologia, legislazione e riconversione di segmenti dell’industria plastica, con ricadute positive sull’inquinamento ambientale e sull’economia, in particolare quella agricola che fornisce materia prima per prodotti biodegradabili.

(foto: ecologia.guidone.it)