Pesce sostenibile: la filiera del salmone selvaggio

salmoneIl salmone selvaggio pescato in natura è più salutare e amico dell’ambiente perché privo di antibiotici e maggiormente sostenibile

A onor del vero, negli ultimi anni l’industria dell’allevamento del salmone ha fatto passi da gigante in termini di sostenibilità e controlli ambientali. Ha ridotto l’uso di contaminanti e incrementato le misure di sicurezza per evitare la fuga dei salmoni in cattività, spesso veicoli d’infezioni e patogeni per quelli selvatici. Il professor Martin Krkosek dell’Università di Toronto, che studia l’impatto dell’allevamento ittico sulle popolazioni selvatiche, ha dichiarato che la percentuale di salmoni fuggitivi è diminuita considerevolmente.

Tuttavia, nonostante le migliorie agli ordinamenti legislativi e nelle pratiche d’itticoltura, rimangono numerosi dubbi riguardo lo scarsamente etico sovraffollamento dei salmoni nelle vasche e i potenziali rischi. In particolare, la rapida diffusione di malattie e parassiti che necessitano di antibiotici e lo stress a cui i pesci sono sottoposti a causa del limitatissimo spazio sono tra i punti maggiormente contestati.

La sostenibilità è un concetto complesso, ma si può riassumere nell’idea di una pratica che mira a ridurre al minimo il suo impatto sull’ambiente e sul benessere dell’animale. Un pesce sostenibile ha vissuto una vita felice e libera da stress ed è stato allevato o pescato in modo che non sia trattato come un oggetto prelevato da un sistema volto all’esaurimento ma da una fonte continua di pesci altrettanto sani e felici.

Solo alcune specie di salmone selvaggio pescate nel Nord del Pacifico corrispondono a questi standard e sono certificate dalla Fao. Sono inoltre promossi come “Best Choice”, la scelta migliore, dal Marine Stewardship Council (MSC), l’organo certificatore della sostenibilità ambientale di pesca e acquacoltura che pone il proprio marchio sul prodotto finale, permettendo la scelta consapevole del consumatore.

Tuttavia il salmone selvaggio in natura svolge molte più funzioni di quanto si pensi. Nasce nelle acque dolci dei fiumi, passa adolescenza e vita adulta in mare e ritorna nel luogo natio per deporre le uova, ultimo atto di una vita girovaga. La migrazione finale dei salmoni è importantissima per il sostentamento di molte specie ed ecosistemi. Le sue uova rappresentano un’importante fonte di nutrimento per altri pesci e invertebrati e grazie alle correnti e alle inondazioni arrivano a nutrire anche le piante.

La decomposizione delle carcasse degli adulti, predati da orche e orsi bruni, è ugualmente importante per l’ecosistema di fiumi e foreste del Nord America. Gli avanzi dei succulenti pasti sono trasportate dai predatori anche molto lontano dal luogo di cattura, fino alle foreste di conifere dove cresce la sitka, una pianta secolare che impiega circa 86 anni per crescere fino a 50 cm di diametro, in zone limitrofe alle aree di deposito delle uova di salmone selvaggio, mentre ci vogliono ben 307 anni perché raggiunga le stesse dimensioni in luoghi privi di questa risorsa.

Nel loro peregrinare però i salmoni sono esposti a varie fonti inquinati. Grazie alle correnti oceaniche il salmone selvaggio nato in Alaska può venire in contatto con le sostanze delle grandi città americane o addirittura dell’Asia. Queste sostanze, definite Pop (Persistent Organic Pollutants: sostanze inquinanti organiche persistenti) comprendono Ddt, diossina, Pcb, antibiotici utilizzati per la depurazione di acque urbane e fognarie e nuovi composti che l’uomo immette quotidianamente nell’ambiente e che devono poi essere smaltite. Secondo le loro proprietà chimiche, queste particelle possono accumularsi nell’acqua, nei sedimenti marini o nei tessuti animali.

Anche le orche residenti in Alaska e nella zona di Vancouver, in Canada, sono assidue consumatrici di salmone. In particolare, questi maestosi animali sono molto selettivi nelle scelte gastronomiche e prediligono una particolare specie di salmone selvaggio, il chinook, famoso per essere tra i più grandi e grassi. L’abbondante adipe di questa specie è però il perfetto luogo di stoccaggio delle sostanze inquinanti che dal mondo civile passano al mare. Nelle orche del Nord Pacifico sono stati trovati ben 800 diversi composti, di cui non si conoscono gli effetti, acquisiti tramite la catena alimentare.