Cruelty free: L’eleganza del cuore

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“L’eleganza del cuore”, così è stata chiamata la giornata dedicata al  cruelty free (letteralmente, libero da crudeltà) che ha portato in passerella alla settimana della moda di Milano capi e accessori  prodotti nel rigoroso rispetto dei diritti degli animali

 

Accompagnato da cagnolini meticci adottati dai canili durante la settimana milanese della moda l’Ufficio diritti degli animali della Provincia di Milano, in collaborazione con Apida (Associazione per i diritti degli animali) ha fatto sfilare le creazioni di marchi rigorosamente cruelty free, approfondendo anche il tema con incontri di produttori ed esperti del settore. Dal 20 al 22 settembre si svolgerà poi la ormai tradizionale So critical so fashion e la Coontemporary mood dedicate ai materiali bio e al riciclo creativo con oltre 60 brand partecipanti.

Ma il tema principale è  ancora e sempre quello delle pellicce il cui commercio ha un impatto ambientale maggiore rispetto a quello di altri prodotti tessili di largo consumo come cotone, acrilico, poliestere, lana.

Se da un lato l’industria della pellicceria tende a proporsi  come naturale e green, i dati della Lav (la Lega italiana antivivisezione) forniscono elementi diversi. Uno studio recente ha rilevato che sono necessarie 11,4 pelli di visone per produrre 1kg di pelliccia, quindi più di 11 animali e considerato che un singolo visone necessita di circa 50 kg di cibo durante la sua breve vita, occorrono ben 563 kg di cibo per la produzione di un di pelliccia.

Se volessimo fare un raffronto con gli allevamenti per produrre 1 chilo di carne si impiegano 16 kg di mangime (cereali) e 2 kg per un uovo. La materia sul consumo di carne animale è complessa e investe altre necessità macroeconomiche. Così come più ampie sono le implicazioni per la lavorazione dei pellami.

Nonostante le fasi di concia e trattamento abbiano un ruolo importante nella determinazione dell’impatto ambientale (per via dell’impiego di sostanze tossiche come la formaldeide, il cromo, la naftalina, eccetera) tuttavia  emerge che è la fase di alimentazione dei visoni che risulta essere il fattore dominante in 14 effetti ambientali sui 18 presi in esame (il mangime dei visoni, composto da frattaglie e altri scarti dell’industria del pollame e del pesce, oltre a farine, viene congelato in lastre e così mantenuto sino alla somministrazione agli animali, con un inevitabile ingente consumo di energia).

E ancora,  la produzione di un chilo di pelliccia animale (visone) determina un maggiore impatto per 17 su 18 effetti ambientali presi in esame, tra i quali il cambiamento climatico, l’eutrofizzazione e le emissioni tossiche, rispetto alla produzione di un chilo di altri prodotti tessili quali cotone, acrilico, poliestere (riciclato e vergine) e lana. In molti casi la pelliccia è risultata essere marcatamente peggiore dei tessuti, con impatti da 2 a 28 volte più elevati, anche quando venivano considerati valori bassi per i diversi anelli della catena di produzione. L’unica eccezione è stato il consumo di acqua: per questo impatto il cotone ha avuto il punteggio più alto.

Altri fattori che contribuiscono in modo ragguardevole all’impatto ambientale complessivo delle pellicce di visone comprendono le emissioni di N2O (monossido di azoto) e NH3 (ammoniaca) provenienti dalle deiezioni dei visoni. Queste emissioni contribuiscono principalmente all’acidificazione e alla formazione di materiale in sospensione.

Circa l’effetto ambientale relativo al cambiamento climatico l’impatto di 1kg di pelliccia di visone è 4,7 volte superiore a quello del tessuto con punteggio maggiore (lana). Questo è dovuto sia all’alimentazione per i visoni che alle emissioni di N2O delle deiezioni dei visoni.

La pelliccia sintetica (composta in genere dal 72% di fibre acriliche e dal 28% di cotone), o comunque abiti in cotone, acrilico, poliestere (ma anche lana) hanno un impatto ambientale decisamente inferiore alla pelliccia animale.

Oggi sono sempre più numerose le fashion companies italiane e straniere che operano nel settore della moda e che dimostrano attenzione ai problemi ambientali, come quello delle fonti energetiche e delle emissioni di CO2.

L’opinione pubblica – come dimostrano anche le iniziative di Milano – è più sensibile a questi temi: un motivo ulteriore per confortare le imprese più lungimiranti che operano nel settore della moda nel rispetto di un  cittadino-consumatore che nelle decisioni d’acquisto segue un comportamento responsabile e informato.

Dal mare, all’aria, alla terra sono molte le specie che vengono assurdamente coinvolte fino alla morte in operazioni voluttuarie fino alla stupidità: dai cinturini in razza alle sciarpette di scimmia; dai capi estivi in camoscio a quelli in astrakan (gli agnellini di razza Karakul neonati o estratti dalle madri ancora allo stato fetale subito prima del parto). La loro morbidezza e setosità era degna di fornire il caratteristico copricapo gemmato allo scià di Persia. Non prendiamo nemmeno in considerazione l’uso illegale di specie protette  e i finto-selvatici degli accessori che per lo più sono animali d’affezione come cani e gatti, trasformati in Asia in fronzoli fashion per i mercati occidentali. Perfino in Cina l’opinione pubblica sta cambiando atteggiamento.

Anche gli antichi egizi amavano lo stile animalier, ma riproducevano le intriganti macchie dei felini con una tecnica simile  allo stencil. Non si sarebbero mai sognati di ucciderli. Il maculato piace sempre, ma per favore scegliamo ecologico.

(Immagine: la lettera Elle nell’alfabeto del grande illustratore Erté)

 

Cruelty free: L’eleganza del cuore ultima modidfica: 2013-09-18T13:01:03+00:00 da Antonella Danioni Cicalo'