Il delfino nel piatto

Mentre la comunità internazionale inorridisce e si oppone alla ripresa della caccia alle balene da parte dei giapponesi nonostante il divieto della corte internazionale di giustizia, sul territorio italiano ancora si serve carne di delfino

delfinoAccade a Fregene nel ristorante dello stabilimento “Oasi” dove il piatto denominato “codice black” propone filetto di delfino essiccato. Smascherato nel 2013 da un servizio del programma Le Iene, il ristorante sembra però continuare a servire questo piatto poco etico, probabilmente in forza di cospicui ritorni economici.

A seguito di un’indagine promossa dalla procura di Civitavecchia, i fornitori della materia prima sono stati identificati e la carne di delfino sequestrata dalla Capitaneria di Porto nel gennaio 2014. Anche Lav (lega antivivisezione) e Marevivo avevano denunciato la pratica e il loro appello era stato accolto dal ministro dell’ambiente che proponeva un «urgente piano di controlli straordinari di tutta la filiera». Una volta pratica comune nel mar Mediterraneo, la cattura di delfino è oggi vietata dalla legge per effetto della Convenzione di Washington sul commercio delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (Cites).

Le tradizioni culinarie di Sardegna e Liguria annoverano il delfino tra le prelibatezze di cui abbondano. Grazie al passaggio etico e culturale che vede i cetacei (delfini e balene) come animali al pari di quelli domestici per doti cognitive e sensoriali, il musciame (filetto essiccato) di delfino è oggi sostituito da quello di tonno.

Rimane il lecito dubbio che, data la condizione di drammatico declino delle popolazioni di tonno, questa sia un’alternativa sostenibile. La notizia non è nuova ma sdegna ancor più se contrapposta alle recenti rivelazioni scientifiche riguardanti gli affascinanti mammiferi marini. Tra le molte novità nel mondo dei cetacei, è di pochi giorni fa la notizia della scoperta di una nuova sottospecie di megattera e della rivelazione che i delfini possiedono un solo gusto: il salato. Altre curiosità riguardano l’abitudine dei delfini tursiopi di sballarsi con le tossine presenti nei pesci palla e il nuovo record d’immersione dello zifio, una specie elusiva e poco conosciuta, che riesce a trattenere il fiato fino a due ore.

Tuttavia le simpatiche curiosità sulla biologia e il comportamento dei cetacei sono troppo spesso oscurate dalle più deprimenti notizie riguardanti la loro conservazione. Sono sempre più frequenti gli spiaggiamenti di massa causati dai sonar militari e le collisioni di grandi balene con navi e traghetti. Vi sono poi specie che stanno scomparendo per sempre, come il delfino di Maui, specie autoctona della Nuova Zelanda di cui oggi rimangono gli ultimi 55 esemplari.

Per conservare l’ambiente marino e i suoi abitanti è necessario agire nel rispetto del suo delicato ecosistema, prendendo coscienza della differenza tra mare e vasca da bagno casalinga, la sola che sia possibile controllare e modificare a piacimento. Il boicottaggio dei ristoranti in cui la carne di delfino viene servita è la pratica più efficace per evitare il propagarsi e il continuarsi dell’indegna pratica.

 

 

 

Mappe marine del Dna

DnaUna sonda immersa in poca acqua ha consentito di individuare migliaia di specie grazie al Dna

I ricercatori dell’università di Washington hanno letteralmente individuato migliaia di specie di pesci semplicemente analizzando il Dna disciolto in un piccolo campione d’acqua prelevato dall’acquario californiano di Monterey Bay, uno dei dieci più grandi del mondo. Se applicata agli oceani, la tecnica consentirà di mappare con maggior precisione il patrimonio ittico e la fauna marina.

L’acqua dell’ecosistema marino è piena di cellule che derivano dallo sfaldamento dei tessuti dei pesci e che contengono Dna. Con i giusti strumenti è possibile risalire alla specie d’appartenenza. In particolare, gli scienziati  hanno rintracciato il Dna ambientale usando sonde molecolari (dette primer) che riconoscono il Dna degli animali vertebrati.

Una volta immerse in una piccola quantità di acqua prelevata dall’acquario, le sonde hanno permesso di identificare gli otto pesci ossei presenti nella vasca; è risultato che tonni e sardine costituiscono la maggior parte della biomassa totale.

I ricercatori stanno cercando ora di perfezionare i primer, dato che non sono stati in grado di riconoscere le tartarughe e i pesci con scheletro cartilagineo, mentre per gli altri la tecnica è talmente sensibile che ha permesso di identificare anche i pesci lavorati e usati come mangime.

L’obiettivo è applicare presto la tecnica del Dna ambientale al censimento della fauna degli oceani a tutela dell’ecosistema marino. Potrebbe infatti svelare la presenza di specie aliene e invasive prima che diventino un problema, a costi più contenuti e con maggiore precisione dei metodi attualmente usati.

 

Ecosistema marino: squali e tonni fuori menù

pinnedisqualoFinalmente il governo di Hong Kong ha compiuto un passo avanti nella tutela di alcune specie ittiche

Almeno nelle occasioni ufficiali sono uscite dal menù le pinne di squalo e il tonno rosso, specie che corrono gravissimi rischi a causa delle abitudini alimentari di cinesi e giapponesi. La misura è stata adottata proprio in seguito all’allarme internazionale lanciato sui metodi di cattura e sui danni all’ecosistema marino. Basti pensare che nel caso dei pescecani agli animali vengono mozzate le pinne prima di ributtarli in acqua a morire a migliaia.

Secondo il Wwf, la domanda di pinne di squalo e altri prodotti correlati ha portato alla diminuzione del 60-70% di alcune specie di squali. Proprio Hong Kong è uno dei più grandi mercati del mondo per questa prelibatezza. Tuttavia, le importazioni sono diminuite – in parte proprio per un giro di vite già adottato nelle cerimonie ufficiali sul continente cinese.

La mossa è stata accolta favorevolmente dagli ambientalisti, anche perché l’opinione pubblica cinese sta modificando l’atteggiamento verso gli animali e si spera che questi siano i primi segnali di un cambiamento generalizzato.

Rimane da combattere quello giapponese verso le balene, ma si spera che un Paese destinato a ospitare le Olimpiadi (nel 2020) dimostri una sensibilità ambientale che lo induca a tutelare anche questi meravigliosi mammiferi marini.

 

 

 

Inquinamento ambientale: buttiamo a mare la plastica

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Purtroppo è così. La Goletta Verde di Legambiente ha monitorato oltre 3.000 chilometri di mare prendendo in considerazione i rifiuti galleggianti più grandi di 25 centimetri. Risultato? Un mare di plastica

Quasi tutti i macro rifiuti galleggianti sono di plastica. Nel Tirreno raggiungono il record del 94% con 13,3 detriti ogni chilometro quadrato, contro i 5,1 del Tirreno centro-settentrionale, i 2,1 della tratta Livorno-Bastia e i 2,4 della tratta Fiumicino-Ponza.

Buste, bottiglie, flaconi, giocattoli, cassette e frammenti plastici e di polistirolo inquinano l’ecosistema marino italiano e non solo.

Il Programma ambiente delle Nazioni Unite (Unep) calcola infatti che la plastica rappresenti dal 60% all’80% del totale dei rifiuti in mare, con punte del 90-95% in alcune aree. Per fare un esempio, tra le Hawaii e la California è emerso un continente di plastica, praticamente un’isola galleggiante di spazzatura aggregatasi negli anni grazie ai capricci delle correnti e dal potente vortice subtropicale del Nord Pacifico. E così una parte dei 300 milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno veleggia alla volta della più grande discarica flottante nelle acque del pianeta contribuendo ad alimentare un gigantesco focolaio di inquinamento ambientale

Con il passare dei decenni della plastica rimangono coriandoli che i pesci scambiano per scaglie di cibo alterando l’intera catena alimentare. Anche a evitare questo servono le campagne come quella del Kyoto contro le vecchie buste di plastica.

Grazie all’entrata in vigore del bando sugli shopper non biodegradabili l’Italia (fino al 2010 primo Paese europeo per consumo di sacchetti di plastica col 25% del totale commercializzato in Europa) ha ridotto di molto questa percentuale.

Tra l’altro, nel campo delle bioplastiche l’Italia si sta rivelando un esempio virtuoso di green economy precedendo gli altri in tecnologia, legislazione e riconversione di segmenti dell’industria plastica, con ricadute positive sull’inquinamento ambientale e sull’economia, in particolare quella agricola che fornisce materia prima per prodotti biodegradabili.

(foto: ecologia.guidone.it)

 

Pesca sostenibile: l’importante è conservare

pesca sostenibile

La vita di molti cittadini europei dipende direttamente dal mare e dalle sue risorse. La pesca sostenibile tutela anche l’ecosistema marino

Pesca, turismo, energia offshore non inquinante (come i campi eolici in mare): le zone costiere sono una risorsa che attira i viaggiatori, basta pensare ai santuari dei cetacei nel Mediterraneo, visitati da centinaia di migliaia di turisti che alimentano un’industria fondamentale per la nostra economia.

Considerata  l’importanza di questo patrimonio, dobbiamo utilizzarlo in modo responsabile evitare l’eccessivo sfruttamento delle risorse del mare, soprattutto la pesca. Il settore ittico della Ue è il quarto al mondo per importanza e fornisce ogni anno circa 6,4 milioni di tonnellate di pescato. La pesca e l’industria di trasformazione danno lavoro a oltre 350.000 persone. L’Ue vanta infatti il territorio marino più vasto del mondo (1200 porti) e la flotta mercantile più grande in assoluto. Il 90% del commercio estero e il 40% del commercio interno si svolgono per mare.

La priorità consiste quindi nell’assicurarsi che la pesca sia sostenibile sotto il profilo economico ed ecologico, salvaguardando gli interessi dei consumatori.

A tal fine, la Commissione ha presentato recentemente una riforma radicale della politica comune della pesca nell’Unione volta a garantire i mezzi di sussistenza dei pescatori e porre fine all’eccessivo sfruttamento e al depauperamento degli stock di pesce.

Le proposte prevedono la creazione di un Fondo europeo per gli Affari marittimi e la pesca (FEAMP) per il periodo 2014-2020 con accordi di partenariato definiti con tutte le autorità competenti, le parti economiche e sociali e gli organismi della società civile. Il Fondo aiuterà i pescatori a gestire la transizione verso una pesca sostenibile e le comunità costiere a diversificare le loro economie, finanziando progetti che creano nuovi posti di lavoro e migliorano la qualità della vita in tali regioni e non solo.

L’Ue infatti ha siglato accordi anche con i Paesi extra Unione europea e partecipa ai negoziati in seno alle organizzazioni regionali e internazionali della pesca per garantire che le acque di tutto il mondo siano regolamentate in un modo trasparente e sostenibile e non siano oggetto di sovrasfruttamento.

Tali accordi consentono inoltre ai pescatori dell’Unione di operare in acque remote, concorrendo in questo modo a garantire l’approvvigionamento del mercato europeo, in cambio di un contributo finanziario che consente ai Paesi extra Unione europea (compresi i Paesi in via di sviluppo) di investire nel proprio settore della pesca e nello sviluppo delle risorse ittiche locali.

Pesca sostenibile
Esiste un divario crescente tra consumi e produzione di prodotti ittici nell’Unione. L’acquacoltura può colmare una parte di questo divario. Attualmente, un quarto del pesce e dei frutti di mare prodotti nell’Ue già proviene da impianti di allevamento e altre forme di acquacoltura. In termini di volumi, i mitili, la trota iridea e il salmone dell’Atlantico sono le specie più allevate, seguite da ostriche, orata, carpa comune, spigola e vongole.

L’acquacoltura europea applica norme rigorose in materia di ambiente, salute degli animali e tutela dei consumatori. La politica della pesca dell’Ue ha sempre tenuto conto degli aspetti ambientali. Tuttavia, recentemente la politica marittima ha adottato un approccio più globale, che prende in considerazione tutti gli usi del nostro spazio marittimo. L’obiettivo è valorizzare i punti di forza e la tradizione dell’Europa nella ricerca, tecnologia e innovazione marina e contribuire alla strategia Europa 2020 per un crescita intelligente, sostenibile e solidale, senza trascurare competitività delle imprese marittime, occupazione, ricerca scientifica e tutela dell’ecosistema marino. L’obiettivo è garantire lo sviluppo economico, salvaguardando nel contempo la sostenibilità ambientale.

Per sottolineare l’importanza dei mari in quanto elemento fondamentale della nostra società e della nostra economia, l’Unione europea celebra ogni anno, il 20 maggio, la Giornata europea del mare.