Ecosistema urbano

ecosistema urbano

Ecosistema Urbano: quando la città supera l’immaginazione: la Conferenza nazionale sulle città è un’occasione per pensare al futuro, e alle soluzioni possibili e praticabili per città moderne e a misura dei cittadini

Si terrà a Bologna il 28 e 29 ottobre 2013 la Conferenza Nazionale per le Città, giunta alla ventesima edizione. Una straordinaria occasione per riflettere sull’evoluzione delle performance ambientali urbane degli ultimi due decenni partendo dalla presentazione dei dati di Ecosistema Urbano realizzato in collaborazione con l’istituto di ricerche Ambiente Italia.

Ecosistema Urbano valuta infatti i carichi ambientali, la qualità delle risorse e la capacità di gestione e tutela ambientale dei 103 comuni capoluogo italiani con particolare riguardo per l’impatto che le attività economiche e gli stili di vita generano sulle risorse ambientali in relazione alla qualità delle risposte messe in atto. La complessiva “qualità ambientale” di una città include peraltro una molteplicità di fattori non sempre misurabili. Si pensi, per esempio, a tutta una serie di aspetti – come la struttura urbanistica, l’integrazione tra spazi verdi ed edificato, la qualità e l’aspetto degli edifici, il clima – che sono difficilmente riconducibili a un indicatore numerico.

Nel corso degli ultimi anni l’insieme delle città italiane ha mostrato da un lato un leggero miglioramento sulla gran parte dei parametri relativi alla qualità ambientale e alla gestione, mentre sono incrementati i carichi ambientali, in particolare consumi energetici, carburanti e rifiuti.

L’obiettivo sostanziale che si pone Ecosistema Urbano allora è quello di misurare in qualche modo lo stato di crisi ambientale delle città e valutare l’efficacia delle prescrizioni messe in atto: non, quindi, un riconoscimento di merito a questo o quel centro, ma un “termometro” generale della sostenibilità.

Il nutrito programma prevede focus sui cambiamenti delle città, l’intelligenza e il benessere di un centro urbano, gli eco quartieri, la mobilità sostenibile e molto altro.

 

 

 

 

 

Inquinamento ambientale: buttiamo a mare la plastica

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Purtroppo è così. La Goletta Verde di Legambiente ha monitorato oltre 3.000 chilometri di mare prendendo in considerazione i rifiuti galleggianti più grandi di 25 centimetri. Risultato? Un mare di plastica

Quasi tutti i macro rifiuti galleggianti sono di plastica. Nel Tirreno raggiungono il record del 94% con 13,3 detriti ogni chilometro quadrato, contro i 5,1 del Tirreno centro-settentrionale, i 2,1 della tratta Livorno-Bastia e i 2,4 della tratta Fiumicino-Ponza.

Buste, bottiglie, flaconi, giocattoli, cassette e frammenti plastici e di polistirolo inquinano l’ecosistema marino italiano e non solo.

Il Programma ambiente delle Nazioni Unite (Unep) calcola infatti che la plastica rappresenti dal 60% all’80% del totale dei rifiuti in mare, con punte del 90-95% in alcune aree. Per fare un esempio, tra le Hawaii e la California è emerso un continente di plastica, praticamente un’isola galleggiante di spazzatura aggregatasi negli anni grazie ai capricci delle correnti e dal potente vortice subtropicale del Nord Pacifico. E così una parte dei 300 milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno veleggia alla volta della più grande discarica flottante nelle acque del pianeta contribuendo ad alimentare un gigantesco focolaio di inquinamento ambientale

Con il passare dei decenni della plastica rimangono coriandoli che i pesci scambiano per scaglie di cibo alterando l’intera catena alimentare. Anche a evitare questo servono le campagne come quella del Kyoto contro le vecchie buste di plastica.

Grazie all’entrata in vigore del bando sugli shopper non biodegradabili l’Italia (fino al 2010 primo Paese europeo per consumo di sacchetti di plastica col 25% del totale commercializzato in Europa) ha ridotto di molto questa percentuale.

Tra l’altro, nel campo delle bioplastiche l’Italia si sta rivelando un esempio virtuoso di green economy precedendo gli altri in tecnologia, legislazione e riconversione di segmenti dell’industria plastica, con ricadute positive sull’inquinamento ambientale e sull’economia, in particolare quella agricola che fornisce materia prima per prodotti biodegradabili.

(foto: ecologia.guidone.it)

 

Acqua e suolo, cosa cambia con la legge?

AcquaGoverno del suolo e gestione dell’acqua: negli ultimi cinquant’anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto a una media di otto metri quadrati al secondo

L’indagine dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale ha rilevato che dal 2,8% del 1956 si è passati al 6,9% del 2010, con un record negativo in Lombardia con oltre il 10% (dati: Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo, www.consumosuolo.org).

A fronte di un utilizzo sempre più massiccio del territorio, si verifica anche l’aumento dell’impermeabilizzazione che rende la gestione dell’acqua sempre più a rischio. Il disegno di legge sui suoli, appena approvato, ci fa capire che molto si può e deve ancora fare per un nuovo concetto di benessere che includa il rispetto dell’ambiente.

La qualità della vita, con accesso adeguato alle risorse nel rispetto dell’ambiente in cui si trascorre la propria esistenza, è un diritto-dovere di ciascun essere umano. Il punto vitale è come gestiamo le risorse a disposizione. I temi del suolo e dell’acqua sono molto sentiti in Italia, specialmente negli ultimi tempi. Pare che la coscienza ambientale si stia risvegliando ed esca dalla logica del “siamo contrari a tutto” per entrare nella mentalità dei cittadini.

Questo processo, veicolato fra l’altro da associazioni ambientaliste storiche come Legambiente, Wwf , Italia Nostra, Fai è un passaggio importante perché finalmente il comune cittadino considera la qualità della vita e il benessere un punto fermo irrinunciabile dell’esistenza e a tutta evidenza l’acqua lo è.

È stato presentato da parte del governo il Disegno di legge sui suoli, mentre alla Camera e Senato sono già state depositate numerose proposte di legge in merito. Ciò ha sviluppato un vivace dibattito, soprattutto perché nel decreto sblocca crediti della pubblica amministrazione (DL legge 8 aprile 2013, n. 35 e L. di conversione 6 giugno 2013, n. 64 art. 10 comma 4 ter) è stata inserita una norma che, modificando la Legge 244/2007 (Finanziaria 2008), estende anche al 2013 e al 2014 la possibilità per i comuni di utilizzare i proventi dei titoli abilitativi edilizi e delle sanzioni previste dal Dpr 380/2001 “Testo unico edilizia” per far fronte alle spese correnti.

Quindi una sorta di due pesi e due misure: da un lato si vuole salvaguardare il suolo, dall’altra si utilizza la proroga di una norma che praticamente annulla l’intendimento della proposta di legge e di fatto lo pospone nel tempo.

Cosa si può fare? Molto. La parte fondamentale la faranno i cittadini che non potranno più delegare tout-court la funzione della gestione del territorio alle istituzioni, ma dovranno accompagnare il percorso di redazione di norme nazionali e locali, di buone pratiche e di aumento della consapevolezza delle problematiche attraverso l’istituzione di discussioni costruttive con le realtà locali e nazionali. Visto che è appena iniziato il percorso della legge nazionale sul contenimento dell’uso del suolo possiamo cominciare proprio da lì.

 

Tratto da un articolo di Cristina Arduini, esperta ambientale e consigliere dell’Ufficio d’ambito (ATO) città di Milano per Voxdiritti.it

 

Legambiente: l’ecomafia non sente crisi

ecomafieIl rapporto 2013 di Legambiente fotografa la vastità dei crimini ambientali. Ma per fortuna anche le denunce e gli arresti raddoppiano. Sono a rischio la salute e l’ambiente di tutti

Con 34.120 reati accertati, 28.132 persone denunciate, 8.286 sequestri effettuati e un fatturato di 16,7 miliardi di euro il business della criminalità organizzata non conosce recessione e amplia i suoi traffici con una “capacità imprenditoriale” e una lungimiranza spesso sconosciuta a imprenditori e istituzioni. In particolare, le ecomafie «sono riuscite a fare sistema penetrando in tutti i settori della nostra esistenza in maniera globale», sostiene Carlo Lucarelli nella prefazione al Rapporto Ecomafia 2013 di Legambiente, edito da Edizioni Ambiente.

I numeri degli illeciti ambientali accertati lo scorso anno ci dicono che Il 45,7% dei reati è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Sicilia, Calabria e Puglia) seguite dal Lazio, con un numero di reati in crescita rispetto al 2011 (+13,2%) e dalla Toscana, che sale al sesto posto, con 2.524 illeciti (+15,4%).

Prima regione del Nord Italia, la Liguria (1.597 reati, +9,1% sul 2011). Da segnalare per l’incremento degli illeciti accertati anche il Veneto, con un +18,9%, e l’Umbria, passata dal sedicesimo posto del 2011 all’undicesimo del 2012.

Crescono anche gli illeciti contro gli animali e la fauna selvatica (+6,4% rispetto al 2011), sfiorando quota 8.000, una media di quasi 22 reati al giorno, e ha il segno più anche il numero di incendi boschivi che hanno colpito il nostro Paese. Stesso discorso per il ciclo illegale del cemento e per quello dei rifiuti.

La scalata mafiosa spesso approda poi nella ristorazione, dove gli ingenti guadagni accumulati consentono ai clan di acquisire ristoranti, alberghi, pizzerie, bar, che anche in questo caso diventano posti ideali dove “lavare” denaro e continuare a fare affari.

Anche per quanto riguarda la tutela del nostro patrimonio culturale, inettitudine e scarsa attenzione dei poteri pubblici lasciano troppe volte campo libero ai predoni d’arte. Secondo l’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr), la perdita del patrimonio culturale ci costa circa un punto percentuale del Pil, calcolando il solo valore economico, quello culturale è incalcolabile. Nel corso del 2012 le forze dell’ordine hanno accertato 1.026 furti di opere d’arte, quasi tre al giorno, con 1.245 persone indagate e 48 arrestate; e ancora 17.338 oggetti trafugati e ben 93.253 reperti paleontologici e archeologici recuperati, per un totale di oltre 267 milioni di euro di valore dei beni culturali sequestrati.

Il rapporto è ricchissimo di numeri dettagliati che potete consultare sul sito al piede, ma dietro ogni cifra ci sono danni che subiamo ogni giorno. I furti di rame mettono a rischio i trasporti e i pendolari ne sanno qualcosa, lo sversamento di rifiuti tossici inquina i terreni e le falde contaminando cibo e acqua, i danni al patrimonio culturale scoraggiano il turismo ambientalista e si perdono (o non si incrementano) posti di lavoro, la cementificazione abusiva e il disboscamento espongono ad alluvioni e crolli. Si presume che anche i criminali mangino, bevano, respirino e subiscano le catastrofi naturali, ma evidentemente, di generazione in generazione, la consuetudine e l’incultura fanno premio su tutto.

Al di là dunque di un contrasto di tipo educativo è indispensabile, secondo Enrico Fontana responsabile Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, l’adozione di un pacchetto di misure per contrastare in maniera decisamente più efficace i fenomeni di criminalità ambientale che avvelenano il nostro Paese. Al primo posto l’introduzione nel nostro codice penale dei delitti ambientali. Si tratta di approvare il disegno di legge del 2007 e ripresentato in questa legislatura dal presidente della Commissione ambiente della Camera, Ermete Realacci. Ciò consentirà finalmente alla magistratura e alle forze dell’ordine di intervenire in maniera adeguata a seconda del contesto in cui si troveranno a operare. A.C.

http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/legambiente-presenta-ecomafia-2013-nomi-e-numeri-dell-illegalita-ambientale

(Immagine: fanpage.it)