Greenpeace Germania contro i chicken burger Ogm

chicken-burgerhamburger pollochicken-burgerIn una lettera inviata alla sezione tedesca di Greenpeace, McDonald’s informa che consentirà l’uso di Ogm nell’allevamento dei polli destinati ai fast food tedeschi

In una lettera inviata alla sezione tedesca di Greenpeace, McDonald’s, il colosso americano del fast food, informa l’associazione ambientalista di aver deciso di consentire, dopo ben tredici anni, l’uso di cibo transgenico per l’allevamento dei polli che finiscono nei chicken burger e nelle chicken mcnuggets, le piccole crocchette di pollo impanate. Il cibo Ogm è ritenuto normale negli Usa (anche se cominciano a circolare posizioni critiche da parte degli allevatori e degli agricoltori), ma è assai sgradito agli europei. In particolare in Italia, dove una recente sentenza del Tar del Lazio ne ha vietato l’uso nel mais Monsanto.

Nero su bianco, l’azienda americana si ritira ora  dall’impegno che aveva preso nel 2001: rinunciare a vendere prodotti contenenti elementi transgenici (come i mangimi) su tutto il territorio europeo. A quanto sostiene McDonald non c’è abbastanza alimento non transgenico da garantire la produzione di carne di pollo ai prezzi di vendita nei fast food, cioè abbastanza bassi per il consumatore. Ciò non influirà sulla qualità del prodotto, assicura la catena che ha in Germania oltre 1500 filiali (presto 1700) e ben 2,8 milioni di clienti al giorno (consumatori di chicken burger Ogm compresi). Ma i tedeschi hanno una forte e attenta coscienza ambientale e sanno fare anche i conti (senza mangime transgenico il prezzo aumenterebbe solamente di un cent a porzione, ha calcolato Stephanie Toewe-Rimkeit di Greenpeace). La battaglia è solo all’inizio. Recentemente gli Usa hanno aderito a Expo2015, anche quella sarà un’occasione per confrontarsi su questo tema spinoso.

 

Inquinamento: “Oh Valentino vestito di nuovo…”

ValentinoGreenpeace International denuncia la presenza di sostanze tossiche nei vestiti per bambini firmati da marchi dell’Alta Moda

Valentino di Giovanni Pascoli o Valentino Garavani?  Cosa indossano i bambini alla moda?  Se lo è chiesto Greenpeace, che  ha presentato un rapporto in cui sono stati testati 27 prodotti di case d’Alta Moda, (otto delle quali Made in Italy). Sedici sono risultati positivi per una o più sostanze chimiche tossiche.

La più alta concentrazione di nonilfenoli è stata rilevata in un modello di  ballerine Louis Vuitton, prodotte in Italia e vendute in Svizzera, mentre la concentrazione più elevata di PFCs è stata reperita in una giacca di Versace.

Le analisi degli indumenti e delle calzature mostrano che le stesse sostanze chimiche pericolose, usate dai marchi di largo consumo, sono impiegate anche per produrre i capi esclusivi dell’Alta moda.

Inoltre la concentrazione di una sostanza come il nonilfenolo etossilato (o NPEs) in capi etichettati come Made in Italy solleva il dubbio che non siano prodotti interamente in Europa.

Chiara Campione, responsabile del progetto The Fashion Duel di Greenpeace Italia, la sfida internazionale al mondo dell’Alta Moda lanciata nel febbraio 2013 da Greenpeace contro l’uso di sostanze tossiche, spiega che quando queste vengono rilasciate nei corsi d’acqua durante il ciclo di produzione, oppure durante il lavaggio dei capi, hanno la proprietà di accumularsi negli organismi viventi e di interferire con il sistema endocrino.

Sono una ventina le aziende – Nike, Adidas Puma, H&M, M&S, C&A, Li-Ning, Zara, Mango, Esprit, Levi’s, Uniqlo, Benetton, Victoria’s Secret, G-Star Raw, Valentino, Coop, Canepa, Burberry e Primark – che a tutt’oggi hanno sottoscritto l’impegno Detox, con l’obiettivo di assicurare la trasparenza della filiera e richiedendo ai propri fornitori di pubblicare i dati sugli scarichi delle sostanze chimiche pericolose azzerandoli entro il 2020.

Louis Vuitton ha replicato che i livelli di concentrazione delle sostanze segnalate sono minori di quelli previsti  oggi dagli standard internazionali e che le calzature sono prodotte in Italia. La maison sottolinea di non avere una linea di abbigliamento baby. Solo “occasionalmente in passato” ha messo in vendita sneakers per bambini che non sono più prodotte né vendute in alcun negozio.

Infine, «Louis Vuitton riconosce la necessità di far propri i principi precauzionali e di tenere conto delle caratteristiche di pericolosità intrinseche dei prodotti chimici usati nell’industria. Per questo condivide le preoccupazioni di Greenpeace e continua a impegnarsi per migliorare policy e  protocolli per andare oltre e più in profondità rispetto agli standard attualmente in vigore».

Non c’è motivo di dubitare degli impegni degli operatori del settore, che spesso si è dimostrato tra i più sensibili ai problemi dell’inquinamento ambientale. Restano invece le perplessità sulle ragioni stesse di una “moda bimbi” che avrebbero diritto di sviluppare in autonomia il proprio gusto contando su capi semplici, sicuri e adatti alla loro età.

Meglio il Valentino del Pascoli, contadinello coi piedini nudi o con le scarpine confezionate dalla mamma, che un bimbo firmato Valentino, anche se comunque la casa di moda aderisce all’appello dell’associazione ambientalista internazionale.

 

 

Come salviamo le api? Con un…fiore

Per aiutare le api, oltre a prediligere prodotti senza pesticidi, si può…piantare un fiore

api

Piantare un fiore per salvare le api. È il consiglio di Greenpeace che, attraverso la campagna Salviamo le api , cerca da tempo di sensibilizzare anche il pubblico italiano alla tutela di questi importantissimi insetti. Ricordiamo infatti che insieme a bombi, farfalle, mosche, le api permettono il processo naturale di impollinazione senza il quale anche la stessa alimentazione umana è a rischio. «Delle 100 colture da cui dipende il 90% della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api», ci ricorda l’organizzazione ambientalista.

Per tutelare le api si possono fare cose concrete e semplici come coltivare borragine, aneto, rosmarino, timo, coriandolo per creare piccole ma preziose “aree salva-api” che permettano a questi piccoli animali di trovare cibo e rifugio. Non servono un orto o un giardino, bastano anche un balcone o il davanzale della propria finestra.

In Europa sono stati vietati tre degli insetticidi ritenuti responsabili della moria di api, che in soli 15 anni hanno ridotto la popolazione delle arnie in percentuali che vanno dal 30 fino al il 90%, in alcuni siti, in cui questo piccolo animale rischia ancora di scomparire.

E allora, oltre ad azioni di tipo virtuale volte a informare come la firma della petizione sul sito, l’ingresso nella foto-community Qui api al sicuro e la diffusione di un volantino scaricabile sul sito stesso, ci sono azioni pratiche ancora più utili. Oltre alla lista di piante e fiori da seminare, infatti, Greenpeace fornisce le poche semplici indicazioni per costruire un vero e proprio alveare per api selvatiche. «Per prima cosa trova un posto tranquillo e riparato», suggerisce l’associazione: «Scegli aree vicine a campi con fiori come papaveri, fiordaliso o bocche di leone, il miglior nutrimento per far crescere le piccole api sane e forti».Infine «costruisci una cornice esterna in legno, all’interno posiziona dei ceppi di quercia o faggio (dove avrai già praticato dei piccoli fori) oppure un mattone cavo. In aggiunta utilizza canne di bambù e piccoli ramoscelli».

Così, chi preferisce mettersi all’opera all’aria aperta invece che a tavolino, può dare il suo contributo evitando l’estinzione di una specie da cui dipendono tante vite, comprese le nostre. Dalla scomparsa dell’ultima ape l’umanità ha circa dodici anni di vita, sosteneva Einstein, che pensava in grande, ma aveva cura anche delle piccole cose di tutti i giorni. Come piantare un fiore che attira un piccolo, rassicurante ronzio.

 

Alla moda di Greenpeace, ovvero non solo saldi

fashionduelSiamo agli sgoccioli con i saldi e si cominciano a vedere le sfilate autunno-inverno di alta moda…Greenpeace lancia una sfida agli stilisti…

La campagna The Fashion Duel, testimonial Valeria Golino, ha infatti denunciato che migliaia di ettari della foresta Amazzonica vengono bruciati per far posto agli allevamenti bovini per la produzione di borse, scarpe, cinture in pelle.

L’habitat delle tigri di Sumatra viene convertito per il packaging (carta, scatole e sacchetti per gli acquisti) che finisce nel cestino della carta straccia. In Cina, Messico e altre regioni del Sud del mondo, l’uso di sostanze chimiche tossiche nei cicli produttivi dell’industria tessile compromette gravemente le risorse idriche globali.

Per questi motivi, Greenpeace ha sfidato su questi parametri le grandi case di moda ad assicurare a ogni consumatore che i prodotti acquistati a caro prezzo non abbiano contribuito alla deforestazione o all’inquinamento delle risorse idriche del pianeta.

A quindici note case del settore sono state inviate venticinque domande su alcuni segmenti delle loro filiere, come uso della pelle o della carta per i packaging e produzioni tessili. Alcune hanno accettato la sfida e hanno risposto al questionario, altre invece no.

Sulla base delle risposte ecco la classifica dei marchi più ecocompatibili secondo Greenpeace:

Via libera per Valentino: l’azienda si è impegnata a seguire politiche di acquisto e produzione Deforestazione Zero per la pelle e il packaging e Scarichi Zero nella propria filiera tessile.

Semaforo giallo per Giorgio Armani, Dior, Gucci, Luis Vuitton impegnati da tempo in una politica di Deforestazione Zero, ma ancora lontane dall’abolizione di sostanze tossiche nei tessuti.  Buone politiche di risparmio sul packaging per Versace e Ferragamo, ma mancano ancora impegni vincolanti per gli acquisti della pelle e la produzione dei tessuti liberi da sostanze tossiche.

Non ci sono ancora certezza per Roberto Cavalli. Non hanno risposto Alberta Ferretti, Chanel, Hermes, Prada, Trussardi e Dolce & Gabbana, nonostante le molteplici richieste di Greenpeace.

Dietro il luccichio delle passerelle c’è infatti una delle industrie più inquinanti: dal filato al capo finito, si impegnano circa duemila prodotti chimici, molti dei quali tossici, che spesso finiscono nei fiumi e nelle falde dopo l’uso.

Il Ministero dell’Ambiente in Cina, Paese leader nel tessile e dunque il più esposto all’inquinamento e che su questo fronte sta dimostrando un impegno sulla lunga distanza, ha chiesto a tutte le industrie tessili di rendere noto cosa sversano nei fiumi e, nel piano quinquennale anti inquinamento, ha annunciato la messa al bando delle sostanze chimiche usate nel tessile, in particolare proprio quelle al centro delle campagne di Greenpeace come gli ftalati che interferiscono con l’equilibrio ormonale soprattutto degli addetti alla produzione.

Come si vede le ragioni per indignarsi non mancano, ma ciò vale in particolare per i consumatori ai quali spetta però l’onere di informarsi bene su cosa c’è sotto ai vestiti che indossano (e non parliamo della biancheria intima).