Gelatina vegana di frutta o vino

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La gelatina vegana di frutta o vino è una ricetta facile e versatile, che si può utilizzare per molte preparazioni diverse.

 

Preparata con la pectina, un addensante vegetale naturale ricavato dalla buccia delle mele, la gelatina vegana ha il pregio di essere completamente trasparente, dalla consistenza molto leggera e con pochissime calorie. Potete utilizzare pectina sfusa, se invece non riuscite a trovarla, Fruttapec 2:1 è disponibile in tutti i supermercati. Potete addensare succo di frutta o verdura fresca, spremuto e filtrato o, meglio ancora, passate alla centrifuga, conservare la gelatina vegana in vasetti e consumarla come una confettura oppure utilizzarla come base per farcire una crostata di frutta o servirla in coppetta come dessert. Per questa preparazione è ideale anche il vino, bianco o rosso, fermo o spumante, ed è deliziosa da gustare con formaggi o carni. Ecco un’idea dessert velocissima: disponete sul fondo di 6 coppette lamponi o fragoline di bosco, versatevi sopra la gelatina vegana preparata con spumante o prosecco. Servite la gelatina vegana decorata con cioccolato bianco grattugiato o meringhe sbriciolate.

 

Per 3 vasetti da 2,5 dl ciascuno

7,5 dl di succo di frutta fresco o conservato oppure 1 bottiglia di vino a piacere

200 g di zucchero

1 bustina di Cameo Fruttapec 2:1 o 20 g di pectina in polvere

 

1. Versate in una casseruola lo zucchero e il Fruttapec, mescolateli bene, poi versate a filo il succo i frutta o il vino, sempre mescolando.

2. Portate a ebollizione il composto a fiamma bassa, mescolando in continuazione, poi lasciatelo sobbollire per circa 10 minuti, sempre mescolando. Verificate la consistenza della gelatina, versando una goccia di liquido su un piattino e controllando che risulti soda, poi versate il composto ottenuto in vasetti di vetro ben puliti e chiudete immediatamente. La gelatina vegana dura per una quindicina di giorni in frigorifero.

3. Se volete prolungare a lungo il tempo di conservazione della gelatina vegana, è meglio sterilizzare i vasetti, facendoli bollire. Disponete sul fondo di una pentola grande e alta qualche foglio di giornale oppure un telo da cucina. Avvolgete anche i singoli vasi in fogli di giornale o teli, per evitare che si rompano, urtando l’uno contro l’altro durante la cottura. Riempite d’acqua, fino a coprire i vasi di 3-4 cm. Quando li fate bollire, l’acqua dovrà solo fremere. Nel caso in cui l’acqua si consumasse, aggiungetene dell’altra bollente. Fate bollire i vasi con la gelatina vegana a fuoco medio per circa 50-55 minuti. Spegnete il fuoco e lasciate raffreddare i vasetti nella pentola immersi nell’acqua.

 

(immagine:pratico-pratiques.com)

The Vegetarian Chance

The Vegetarian Chance parliamo di cucina

The Vegetarian Chance, la prima competizione di cucina vegetariana e vegana, si è conclusa ieri al ristorante Joia di Milano con la vittoria di Daniela Cicioni, architetto e cuoca freelance che unisce l’arte del design alla creatività gastronomica.

 

Ideata e organizzata dal patron del ristorante Joia a Milano, Pietro Leemann, e il gastronomo Gabriele Eschenazi e sponsorizzata da S.Pellegrino Acqua Panna, si è conclusa ieri 22-6-2014 la prima edizione del concorso di cucina vegetariano con un successo tutto al femminile.

L’evento faceva parte della manifestazione The Vegetarian Chance, suddivisa in due parti: la prima si è svolta a Monte Verità ad Ascona in Svizzera con eventi aperti al pubblico a informare e incuriosire sulla dieta vegetariana e conclusasi con una sontuosa cena di gala.

La seconda parte della manifestazione prevedeva invece una competizione culinaria riservata a chef professionisti di stampo vegetariano e non, che si sono cimentati nella creazione di un antipasto e un piatto principale secondo rigide regole imposte da Pietro Leemann, unico chef vegetariano in Europa insignito della stella Michelin.

Vegetariane, vegane o crudiste: le ricette potevano trarre ispirazioni da tecniche innovative e ingredienti insoliti purché fossero nutrizionalmente bilanciate, sostenibili a livello ambientale e rigorosamente senza prodotti di origine animale. Il giudizio era suddiviso in: idea del piatto, estetica, gusto, valore nutrizionale e sostenibilità ambientale, a testimonianza che il cibo è un’esperienza a 360° e che deve far bene e nutrire non solo l’uomo ma tutto il pianeta, attraverso il rispetto delle materie prime nella loro produzione e manipolazione. In giuria un team di alta classe e autorevolezza formato dallo stesso Leemann, affiancato da Gualtiero Marchesi (rettore di Alma, scuola internazionale di cucina italiana e presentatosi dopo essersi lanciato con il paracadute, a 84 anni!), Marco Bianchi (divulgatore scientifico della Fondazione Veronesi), Joris Heinjnen (direttore olandese di Variatie in de Keuken), Luca Sacchi (gastronomo e ricercatore) e Lorenzo Sonognini (esperto ambientale).

La prima competizione di cucina vegetariana ha visto tre donne eccellere e accedere al podio. Daniela Cicioni, già distintasi a Identità Golose, ha vinto la competizione. Seconda classificata la chef olandese Femke van den Heuvel e una menzione speciale “cucina vegetariana del futuro” è stata consegnata ad Antonia Klugmann.

Daniela Cicioni, cuoca vegana e crudista aveva già mostrato la sua eccezionalità a una cena tutta vegetale tenutasi il 17 giugno a Eataly Smeraldo con un menu d’ispirazione vegana a quattro mani con Viviana Varese, chef del ristorante di pesce Alice.

In occasione del concorso di cucina vegetariana, la chef architetto ha presentato due piatti di alta cucina ed eccellenza sensoriale. Partendo dalla quenelle di fermentino fresco e stagionato (un formaggio prodotto con l’utilizzo di mandorle) e continuando con un piatto principale che più rassomigliava a un quadro in cui un cous cous di mais con cagliata di mandorle affumicata formava una ghirlanda adorna di fiori commestibili.

La chef olandese Femke ha invece presentato Lava, un’esplosione vegetale con differenti texture e con la particolarità della cottura nell’acqua di mare contenente alghe. Il piatto principale era un rotolo di ricotta e nocciole, un po’ monocromatico ma sorprendentemente gustoso, soprattutto se si considera che né sale, né zucchero sono stati utilizzati poiché questi ingredienti non sono disponibili nei Paesi Bassi dove il piatto è stato concepito.

Menzione d’onore anche alla chef Antonia Klugmann, grazie a piatti considerati visionari per il loro equilibrio. L’antipasto era un’insalata con ingredienti dell’orto personale di Antonia, raccolti la sera prima mentre il piatto principale, il fiore di zucchina affumicata accompagnato da senape casalinga, lasciava una piacevole piccantezza al palato accentuata dal “gusto del fumo”, come lo definisce la stessa Antonia.

A seguire le finaliste, molti chef di altissimo livello quali Carla Aradelli (ristorante Riva a Ponte dell’Olio, vicino a Piacenza), Mario Gagliardi (sous chef al Cascinalenuovo a Isola d’Asti), Alberto Quadrio (secondo da Asola a Milano, da non perdere d’occhio), lo svedese Anders Ramsay (Elwing&Co a Stoccolma) e, infine, Matteo Rizzo (Il Desco a Verona).

Il concorso di cucina vegetariana aveva un duplice intento: stimolare la creatività degli chef spingendo cuochi professionisti a cimentarsi nel creare piatti senza prodotti animali e mostrare che è possibile un’alta cucina vegetariana, che non rinuncia al gusto pur utilizzando prodotti della terra, sostenibili e bilanciati. The Vegetarian Chance e il concorso di cucina vegetariana sostengono e diffondono un’idea di coscienza ambientale, per uno stile di vita sano e una ricerca di sapori genuini e non processati dall’industria alimentare.

Lo chef Pietro Leemann auspica una rivoluzione culturale oltre che gastronomica e The Vegetarian Chance si propone di fornire svariate iniziative sul mondo vegetariano e vegano e aprire un dibattito su temi quali alimentazione, sostenibilità e benessere psicofisico. Tuttavia come ogni rivoluzione di pensiero, anche un cambio radicale di dieta può spaventare e causare una certa diffidenza, per questo motivo il concorso di cucina vegetariana ha anche la funzione di informare il pubblico e stimolare chef più tradizionalisti, per favorire una scelta consapevole che spinga i consumatori ad avvicinarsi naturalmente alla cucina vegetariana, interpretandola non più come stravaganza ma come un’alternativa gustosa e una risposta attuabile al tema di Expo 2015, Nutrire il pianeta.

Maionese vegana

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La maionese vegana è altrettanto buona quanto quella preparata con le uova. Però è più leggera e può essere mangiata anche da chi non tollera le uova o ha fatto la scelta di non nutrirsi di alimenti animali.

 

Facilissima da preparare, la ricetta della maionese vegana ha il suo segreto nelle dosi, che devono essere misurate per riuscire alla perfezione. Se volete che la maionese vegana abbia un bel colore dorato, aggiungete 1/2 cucchiaino da caffè di curcuma. A piacere, aromatizzatela unendo spezie in polvere, erbe aromatiche tritate, capperi dissalati, cetriolini e cipolline sott’aceto e tutto quello che vi suggerisce la fantasia.

 

Per circa 2,5 dl di composto

5 cl di latte di soia naturale (non vanigliato)

2 dl di olio di semi di mais; se la preferite più saporita, usate olio di oliva (non extravergine, perché risulta amara)

1 cucchiaino di senape

3 cucchiai di succo di limone

2-3 grammi di sale marino, a piacere

pepe

 

1. Spremete il limone e filtrate il succo. Versate nel recipiente graduato del frullatore a immersione il latte di soia, aggiungete la senape, il succo di limone, sale e pepe e l’olio.

2. Immergete il frullatore, azionate il motore e iniziate a montare, tenendo fermo il mixer sul fondo per alcuni istanti, finché la maionese vegana sarà montata, poi muovetelo leggermente in su e giù per incorporare bene tutto l’olio.

3. Mettete il coperchio e trasferite la maionese vegana nel frigorifero. Lasciatela riposare per almeno 2-3 ore, meglio ancora se la utilizzate il giorno dopo, in questo modo prenderà più sapore e consistenza. Conservata in frigorifero, la maionese vegana dura parecchio, ma usatela preferibilmente entro una settimana, perché poi perde le sua qualità organolettiche.

 

 

(immagine:thatwasvegan.com)

Insalata Waldorf vegana

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L’insalata Waldorf è una ricetta classica della grande ristorazione alberghiera e prende il nome dall’Hotel Waldorf Astoria di New York, dove sembra sia stata servita per la prima volta.

Incerti invece il creatore e l’anno della sua comparsa sulle lussuose tavole del ristorante dell’albergo: la versione più accreditata sostiene che l’insalata Waldorf vide la luce nel 1893 per merito del maitre svizzero Oscar Tschirky. L’insalata Waldorf originale deve essere condita con una salsa alla maionese piuttosto liquida: in questa ricetta è stata usata una maionese vegana, cioè senza uova. Inoltre, la mela dona freschezza e profumo. Gustate l’insalata Waldorf vegana come antipasto o come contorno.

Per 4 persone

1 cespo di lattuga

2 mele Granny Smith

80 g di gherigli di noce

1 cuore di sedano bianco

1 grappolino di uva (facoltativo)

100 g di maionese vegana

1 limone

sale e pepe

Pulite la lattuga, eliminando le foglie esterne sciupate e il torsolo. Spezzettate le foglie di lattuga con le mani. Tritate grossolanamente i gherigli di noce. Lavate e asciugate il cuore di sedano e tagliatelo a rondelle. Dividete a metà il limone, spremete il succo e filtratelo.

Private le mele del torsolo, poi tagliatele a dadini. Metteteli, man mano, in una ciotola e irrorateli con il succo di 1/2 limone, in modo che non anneriscano. Ricavate i chicchi d’uva e tagliateli a metà, eliminando i semi.

Amalgamate alla maionese il succo di limone rimasto e un pizzico di sale, in modo da ottenere una salsina piuttosto fluida.

Disponete l’insalata in una ciotola, aggiungete i dadini di mela sgocciolati, il sedano e i chicchi d’uva. Spolverizzate con i gherigli di noce. Condite l’insalata Waldorf con la salsa alla maionese preparata, insaporite con una macinata abbondante di pepe e servite.

(immagine:plantfoodfabulous.com)