Birra ai testicoli di balena

whale beer

Un micro birrificio islandese ha annunciato la produzione di una nuova birra aromatizzata ai testicoli di balena affumicati.

Non c’è limite alla sperimentazione enogastronomica e ogni cultura utilizza ingredienti diversi e a volte davvero insoliti. Di birre si parla molto e non si è estranei alle birre dai sapori peculiari ma la birra aromatizzata ai testicoli di balena affumicati è una novità di questi ultimi giorni.
Il birrificio islandese Stedji brewery ha creato la Valur 2, una birra che sarà venduta per un periodo limitato, corrispondente ai mesi invernali del Thorri, il cuore dell’inverno. Il co-proprietario del birrificio ha dichiarato di voler creare una vera atmosfera Thorri con questa birra.
La Valur 2 viene aromatizzata con i testicoli di balenottera comune, che vengono salati e affumicati secondo una tradizionale lavorazione. Tuttavia la balenottera comune (Balaenoptera physalus) è considerata vulnerabile all’estinzione dalla IUCN, l’unione mondiale per la conservazione della natura. La strana bevanda è stata quindi fortemente criticata dalle associazioni ambientaliste tra cui la WDCS, un gruppo volto alla conservazione di balene e delfini che ha definito immorale l’intera produzione.
L’Islanda ha ripreso la caccia alle balene nel 2013 e benché la produzione di questa birra sia stata temporaneamente sospesa dalle autorità locali, è ora disponibile nei negozi di alcolici.
http://www.stedji.com/

Almaverde: il bio arriva in bici

Fare la spesa bio e poi vederla arrivare a casa in bicicletta?  Oggi è possibile grazie al servizio dei nuovi store Almaverde Bio Market che si trovano a Milano, Reggio Emilia, Bologna e, appena inaugurato, a Parma.

Una scelta innovativa, totalmente sostenibile ed ecologica in linea con la filosofia di Almaverde Bio Market. Nei quattro nuovissimi negozi, è possibile richiedere la consegna a domicilio di tutti i prodotti acquistati all’interno del punto vendita: la spesa arriva a casa grazie a partner locali che utilizzano solo la bicicletta come mezzo di trasporto, in linea con la filosofia che sta alla base del progetto di Organic Food Retail.

Almaverde Bio Market ha scelto Triclò per Milano, Urban Bike Messenger per Bologna, Green Courier per Reggio Emilia e La Sajetta per Parma ovvero Andrea Saccon, la cui singolare storia ha fatto ormai il giro di tutta Italia come esempio di scelta di vita ammirevole e veramente originale.

Particolarmente interessante anche la scelta operata da parte del gruppo Organic Food Retail di inserire all’interno dei punti vendita una serie di prodotti legati al territorio e alle piccole produzioni rappresentative delle specialità dell’agricoltura locale. Nei negozi di Milano, Bologna e Parma si trova un’area dedicata alla degustazione dei prodotti, un bistrot con cucina dove è possibile assaggiare le innumerevoli referenze in vendita nello store e scoprire i segreti della cucina bio attraverso proposte di menu di altissima qualità.

Partner d’eccezione dell’operazione, lo chef stellato Luciano Monosilio, che ha ideato le ricette speciali per i piatti, dall’antipasto al dolce, ma anche per i panini preparati con ingredienti di prima qualità accostati e interpretati con un tocco decisamente originale. Il negozio di Reggio Emilia invece mantiene l’area food ma nella formula take away, per chi non vuole rinunciare mai al biologico, nemmeno a casa o in ufficio.

Almaverde Bio Market è un format retail innovativo nato da un’intuizione di Organic Food Retail controllata da Kì Group, azienda pioniera del bio e del biodinamico e leader nel settore del biologico con oltre 40 anni di esperienza. Partner del progetto è Almaverde Bio, il primo brand del biologico in Italia, il cui marchio è in licenza d’uso per il retail a Organic Food Retail.
www.almaverdebiomarket.it

Amartya Sen a Milano

Nobel Prize in Economic Sciences laureate, Amartya Sen addresses media after a book launch in New DelhiUna lezione pubblica del premio Nobel per l’Economia Amartya Sen a Milano racconta il cibo equo e sostenibile

Chef stellati che abbagliano, food bloggers e programmi di cucina mostrano un mondo scintillante di sapori e alimentano una crescente attenzione ai minimi dettagli enogastronomici. Lo sfoggio di orgoglio e cultura culinaria rischia di far deviare Expo 2015 da più importanti temi quali la sostenibilità alimentare e lo spinoso problema della malnutrizione, nella sua forma di eccesso di cibo o di totale carenza.

A far riflettere sui temi dell’equa ripartizione delle risorse e il dramma della fame nel mondo è stata una conferenza di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia sociale e professore a Harvard, nella storica sala Alessi di Palazzo Marino a Milano. Il famoso economista ha tenuto una lezione pubblica sul “Rapporto tra alimentazione e popolazione nel mondo contemporaneo”, trattando i temi dell’equità sociale e della sostenibilità alimentare, sottolineando le diverse e numerose sfaccettature del problema della fame nel mondo, un argomento complesso e poliedrico che deve essere affrontato su molti fronti contemporaneamente.

Il professor Sen espone come il problema della mancanza di cibo sia di natura più economica che agricola. Ogni individuo ha il diritto di sviluppare le proprie potenzialità e l’accesso al cibo è la prima fondamentale tappa di questo processo. Tuttavia senza educazione, informazione e consapevolezza, non vi sarà equa ripartizione delle risorse né progresso. La libertà e l’uguaglianza sono alle basi dello sviluppo. La sostenibilità alimentare non è legata a un concetto di solidarietà, come propaganda la parola equosolidale, ma rappresenta un requisito fondamentale per assicurare a tutti l’accesso alle risorse alimentari. La necessità di agire con lungimiranza non deriva da un timore di ciò che accadrà tra 100 anni ma di quel che succederà tra 10 anni, domani e perfino oggi. La sostenibilità si deve intendere invece come pratica quotidiana di principi necessari alla salvaguardia dell’ambiente.

L’impegno di tutti è dunque la sostenibilità nei gesti della vita di tutti i giorni, nel rispetto dell’equità dei diritti umani, del cibo e del territorio. Bisogna imparare a conoscere nuovamente i prodotti, la stagionalità, le modalità di raccolta e coltivazione, i prezzi lungo tutta la filiera, così da fare scelte consapevoli e contribuire alla tanto auspicata sostenibilità. La campagna entra in città con i servizi di consegna diretta dalle cascine, si coltivano orti metropolitani, si creano polmoncini verdi in cima ai grattacieli, si valorizza la filiera corta, si scelgono ristoranti e negozi attenti a provenienza, sostenibilità e stagionalità delle materie prime.

Expo 2015 sarà un’occasione per celebrare il cibo in ogni sua forma, ma soprattutto per riflettere sulla sua importanza come fondamentale diritto dell’uomo. E su come sfamare 9 miliardi di persone, affrontare il crescente divario sociale e le piaghe di malnutrizione e obesità, come soddisfare la crescente domanda di derrate alimentari e combattere l’abbandono delle pratiche agricole: queste le tematiche centrali dell’evento di Milano 2015, come sottolineato da Amartya Sen.

 

 

Bambini in cucina e…a tavola

bambinonaturaleI bambini in cucina  con mamma e papà apprezzano di più le verdure e… se stessi

Guadagnano in autostima e in salute quei bambini che aiutano i genitori a preparare i pasti, confermando quanto la pratica ha insegnato alle mamme: e cioè che il modo migliore per educare all’alimentazione i bambini è stare in cucina coi grandi. Oggi il concetto è al centro di uno studio del Nestlé Research Center e pubblicato sulla rivista scientifica Journal Appetite. Secondo la ricerca, quando i bambini aiutano i genitori nella preparazione dei pasti mangiano una quantità di verdure maggiore, in particolare il 76% in più di insalata, bruciando il 25% di calorie in più rispetto agli altri.

Dalla ricerca è emersa anche una correlazione tra il tempo totale dedicato a preparare il pasto e il tempo trascorso a mangiare per cui i bambini che passano il tempo in cucina ne trascorrono di più anche a tavola, divertendosi e migliorando la percezione di sé; quelli che avevano cucinato per la famiglia hanno detto di sentirsi indipendenti, e orgogliosi, un approccio più positivo allo stare a tavola.

I nutrizionisti studieranno gli effetti a lungo termine sui bambini che cucinano coi genitori, per analizzare quanto e come ciò possa influire su modelli di consumo e scelta dei cibi da adulti.

Immagine da bambinonaturale.it

 

Chi sono i Food e-Vangelist?

food e-vangelistGrazie alla rete nascono gruppi di consumatori informati che discutono di cibo e alimentazione sostenibile; una volta tanto l’Italia è in prima fila

Sono oltre 1.656.000.000 le conversazioni che riguardano il cibo ogni settimana. Sono questi i risultati emersi dalla ricerca Food 2020 realizzata a livello internazionale da Ketchum, una delle maggiori società di consulenza di comunicazione che quest’anno ha posto l’accento sui trend emergenti. Per una volta, l’Italia è in pole position con una quota numerica di rappresentanti più alta della media globale. Protagonisti sono i consumatori in grado di influenzare il comparto dell’industria alimentare e le scelte di produzione e di acquisto, grazie alla capacità di farsi sentire su temi che riguardano il modo di coltivare, produrre, confezionare e vendere i prodotti alimentari, filtrando le informazioni e riproponendole secondo un sistema di valori e opinioni personali.

Il sondaggio è stato effettuato in sei Paesi: Italia, Inghilterra, Germania, Cina, Usa e Argentina su un campione di 1.800 cittadini acquirenti di prodotti alimentari. L’indagine, giunta alla terza edizione, rileva un sempre maggiore interesse del consumatore verso il cibo e l’alimentazione. In particolare questa edizione rileva un piccolo, ma potente segmento di veri e propri attori del cambiamento, preparati e motivati a intraprendere azioni per indurre l’opinione pubblica a seguirli rispetto a cibi, marchi e aziende nel settore agroalimentare.

Sono stati definiti  Food e-Vangelist (evangelizzatori del cibo) e in Italia contano un numero di rappresentanti superiore alla media europea.

I Food e-Vangelist rappresentano circa il 22% del totale del campione analizzato nei vari mercati. Sono giovani – il 48% è sotto i 35 anni – perlopiù donne e godono di una sicurezza economica con entrate sopra la media.

Attraverso il globo i Food e-Vangelist generano circa 1.7 miliardi di conversazioni sul cibo ogni settimana; in alcuni Paesi, rappresentano un significativo segmento della popolazione, come in Italia dove sono più di 1/3 della popolazione, o in Argentina e Cina dove rappresentano 1/4 circa di essa.

Tra le principali attività: raccomandare o criticare una marca specifica; dedicare del tempo per condividere le opinioni circa le abitudini di acquisto e alimentari con familiari e amici; raccomandare o criticare un prodotto.

Per fare un esempio, i 2/3 dei Food e-Vangelist hanno aumentano l’acquisto di prodotti freschi rispetto all’anno precedente. Più della metà (59%) sono sempre meno propensi all’acquisto di cibi confezionati e preparati e l’industria registra puntualmente questa tendenza.

A differenza di altri gruppi che raccolgono informazioni da condividere, i Food e-Vangelist credono che loro precisa responsabilità sia influenzare le opinioni degli altri e cambiarne i comportamenti attraverso la rete e si aspettano che le aziende creino coinvolgimento con i consumatori attraverso i social media come strumento di comunicazione privilegiato diretto e aperto.

Su questo terreno le aziende alimentari possono guadagnarsi la loro fiducia solo fornendo la massima trasparenza rispetto  all’intera filiera produttiva e offrendo prodotti più accessibili  alle famiglie bisognose. In sostanza i Food e-Vangelist vorrebbero più salute: oltre metà (54%) vorrebbe che le aziende dessero priorità alla produzione di alimenti salutari più disponibili nel futuro.

Più trasparenza: Il 54% vuole informazioni sugli ingredienti del prodotto in etichetta (incluso l’origine, il processo e le tecniche di produzione, il nome dell’azienda agricola o del fornitore).

Più giusta causa: il 40% afferma che per raccomandare un’azienda ad amici e familiari è necessario che essa garantisca l’accesso a prodotti di qualità anche alle famiglie bisognose.

In particolare, il campione italiano focalizza la sua attenzione sull’integrità e il prodotto locale quando si parla di cibo, esprimendo più di qualsiasi altro Paese il forte desiderio di conoscere gli ingredienti e l’origine degli alimenti: gli italiani mostrano più consapevolezza sui temi della sostenibilità rispetto ai consumatori a livello globale, tenendo in grande considerazione, quando acquistano un prodotto, le modalità di coltivazione e/o produzione, le pratiche agronomiche utilizzate nella coltivazione, l’impatto ambientale del processo di produzione degli alimenti e il benessere degli animali.

In conclusione, i Food e-vangelist vogliono e si aspettano molto di più dalle aziende alimentari: ben il 67% crede che le aziende abbiano bisogno di migliorare la comunicazione, dando informazioni più accessibili online. Come si vede un movimento che chiede soprattutto informazioni veritiere, corrette e trasparenti.

Un compito che tocca a tutti gli operatori della comunicazione che si occupa di food, soprattutto in vista di Expo 2015. È indispensabile, per evitare che opinioni poco autorevoli e pressioni prive di fondamento scientifico invadano la rete e compromettano quanto si può ottenere per diffondere una cultura dell’alimentazione sostenibile.

“Parliamo di Cucina” ci prova ogni giorno.