Il tema è dei più scottanti. La carne sintetica (anche detta in vitro, artificiale, coltivata o creata in laboratorio) genera reazioni divisive: c’è chi la accoglie con entusiasmo, ma c’è ancora molto scetticismo nei suoi confronti. Soluzione etica che riduce drasticamente il numero di animali da macello e quello di terre destinate a sfamarli, la carne sintetica promette anche di diminuire le emissioni di gas serra che sono attualmente generate dagli allevamenti intensivi. Ma la sua impronta ecologica è davvero inferiore? Questo aspetto, insieme ai suoi effetti sulla salute umana e alla percezione del consumatore non possono essere trascurati.

Carne sintetica: cena nell’Antropocene?

Con quasi 8 miliardi di essere umani e un limitato numero di risorse, cibo, ambiente e insicurezza alimentare sono temi sempre più attuali e sempre più difficili da ignorare. Nell’epoca dell’Antropocene, in cui le azioni umane si riflettono drammaticamente sull’ambiente, scegliere con consapevolezza cosa mettere in tavola diventa una faccenda sempre più urgente, anche considerando che, mentre in Occidente il cibo non manca, ci sono ancora oltre 9 milioni di persone che ogni anno muoiono per colpa della fame. 

Fra le scelte ecologiche che ciascuno può compiere, come comprare di stagione e non sprecare, c’è anche quella di abolire o quantomeno limitare il consumo di derivati animali. Un’industria in particolare, ormai da diversi anni, è entrata nel mirino dell’opinione pubblica: quella della carne. 

Al di là della delicata questione etica sulle condizioni di vita degli animali, è proprio lo scottante tema ambientale a non potere più essere ignorato. Gli allevamenti intensivi sono responsabili della deforestazione (per trasformarli in pascoli, con conseguente riduzione della biodiversità e depauperamento del territorio), nonché del 32% di tutto il metano emesso per via delle attività umane, così come quello di Co2, che viene usata per fertilizzare i campi delle colture da pascolo. Inoltre, un eccessivo consumo di carne è nocivo per la salute e associato all’insorgenza di diverse patologie. 

Alternative alla carne tradizionale

Il problema è che, benché i campanelli d’allarme siano sempre più insistenti, la gente non è proprio pronta a dire basta alla carne. In particolare, sono i Paesi in via di sviluppo, dove se n’è sempre mangiata pochissima, a mostrare maggiore voracità nei confronti di questo alimento. È così che negli ultimi anni si è aperto un nuovo mercato nell’industria alimentare, ovvero quello dei sostitutivi della carne. È un settore che strizza l’occhio a quella fetta di consumatori sensibili al tema del cambiamento climatico ma troppo affezionati a una dieta onnivora. Da un lato ci sono quei sostitutivi che imitano la carne in aspetto, sapore e consistenza, ma che usano solo prodotti di origine vegetale, come Impossible Burger o Quorn. Dall’altro vi è la carne sintetica, anche detta in vitro, pulita o creata in laboratorio, che è composta da proteine animali. Prodotta tramite cellule staminali è, di fatto, quasi carne a tutti gli effetti. 

Carne sintetica: chi l’ha inventata e come si fa

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’idea della carne sintetica non è un prodotto della storia contemporanea. Frederick Smith, segretario britannico per l’India nel 1930, fu il primo visionario a scrivere di bistecche autorigeneranti. Il primo brevetto, opera di Willem van Eelen, risale al 1999 e i primi filetti di pesce, finanziati dalla Nasa, al 2002. Invece, il primo hamburger di manzo coltivato in laboratorio è stato creato nel 2013 da ricercatori dell’Università di Maastricht e  oggi ci sono decine di start up legate a questa industria. Cellule staminali, ingegneria tissutale e uso di bioreattori sono i tre elementi principali sui quali si basa questa tecnologia, che non prevede l’abbattimento del bestiame, ma solo un prelievo indolore di cellule muscolari che vengono poi fatte replicare con l’ausilio di diverse sostanze nutritive.

È davvero più ecologica? 

L’uso di carne sintetica, rispetto agli allevamenti tradizionali, avrebbe in teoria il beneficio di dare un taglio netto all’emissione di gas serra. Ma è proprio così? Secondo uno studio pubblicato dall’università di Oxford, no: coltivare carne in laboratorio non ha un’impronta ecologica più lieve degli allevamenti tradizionali. I ricercatori hanno creato un modello per predire l’impatto dei due sistemi produttivi nel lungo periodo, riscontrando che il metano, il sottoprodotto principale derivante dagli allevamenti tradizionali, richiede circa 12 anni per essere smaltito, mentre la Co2, quello della carne sintetica, è molto più complesso da smaltire e molto più longevo. 

“Anche se ridurre le emissioni di metano sarebbe positivo (e rappresenta una parte importante delle nostre politiche climatiche), se ci limitassimo a sostituire il metano con l’anidride carbonica, potremmo avere conseguenze dannose a lungo termine”, ha dichiarato John Lynch, autore principale dello studio. “L’impatto climatico della produzione di carne sintetica dipenderà dal livello di generazione di energia sostenibile che si riuscirà a raggiungere e dall’efficienza dei futuri processi di coltura”. 

La sicurezza prima di tutto

Chi la loda sostiene che la carne sintetica sia perfino più sicura di quella convenzionale. Questo perché il suo ciclo di produzione dall’inizio alla fine avviene nell’ambiente controllato di un laboratorio. La carne convenzionale invece è  esposta all’ambiente esterno e può essere contaminata in fase di macellazione da patogeni come E. Coli e Salmonella. Un altro aspetto positivo della carne sintetica è che non necessita di antibiotici, a differenza della carne convenzionale che proviene da allevamenti dove gli animali sono spesso stipati e dove è comune la diffusione di malattie come l’influenza. 

Tuttavia, non si conoscono ancora gli effetti della carne sintetica sull’organismo umano nel lungo periodo. È lecito domandarsi se una tecnologia che sfrutta la replicazione cellulare sia libera dal rischio di sviluppare cellule tumorali e quale effetto avrebbero se le ingerissimo. Infine, da un punto di vista nutrizionale, ci sono alcune differenze sostanziali rispetto alla carne convenzionale, come il fatto che la vitamina B12  e il ferro non sono generati nel processo di coltivazione, ma aggiunti a posteriori. Si tratta quindi di un prodotto finale che non rispecchia tutte le proprietà tipiche della carne e che dovrà essere sottoposto a rigorosi controlli per saggiarne la sicurezza.

Ecologia o ecobusiness

C’è anche chi si domanda se, al di là della motivazione ambientale, ce ne sia anche una di tipo economico a spingere le multinazionali a investire così generosamente nel settore. Di fatto, se la carne provenisse solo da laboratori specializzati, i consumatori perderebbero anche l’ultimo contatto che hanno con la natura e la propria fonte di cibo, diventando completamente dipendenti dall’industria alimentare. 

In qualche modo questo processo è già in atto perché non è più necessario sporcarsi le mani uccidendo un animale e, trovandolo pronto e imballato nel banco macelleria del supermercato, siamo sempre più passivi e desensibilizzati di fronte al concetto di morte per la nostra sopravvivenza. Spostando l’industria in laboratorio lo diventeremmo ancora di più, perdendo per sempre quella che un tempo rappresentava l’intima connessione fra cacciatore e preda, fra allevatore e bestiame, a beneficio di pochi imprenditori che come unico interesse non hanno la terra ma le proprie finanze. 

La società è pronta?

Le opinioni dei consumatori sono contrastanti. Uno studio del 2020 ha riportato una percentuale significativa di persone che sarebbero disposte a pagare anche un surplus del 37% per consumare carne sintetica. Dall’altro, le preoccupazioni che più frequentemente vengono associate al suo consumo includono il fatto di essere innaturale, non sicura, di costare troppo e di avere sapore e consistenza fittizie. 

Anche conoscendo i potenziali benefici sull’ambiente, i consumatori non riescono a discostarsi dall’idea di un prodotto che considerano artefatto, non autentico. Per ora, la carne sintetica può essere mangiata solo sotto forma di nuggets o di burger, non certo la succosa bistecca che si palesa nell’immaginario comune alla voce del vocabolario carne. E poi c’è la questione del prezzo. Nel 2013, il costo del primo hamburger sintetico si aggirava attorno ai 250mila dollari. A oggi il costo è di molto inferiore, ma non ancora abbastanza competitivo per lanciare la carne sintetica sul mercato.

Non è più possibile osservare passivamente gli effetti del cambiamento climatico, agire sul nostro stile di vita è fondamentale. Bisogna farlo però con cognizione di causa, consapevoli dell’impatto delle nostre scelte. Anche se, a prima vista, la carne sintetica può sembrare una soluzione etica ed ecologica, nella realtà dei fatti c’è ancora molta strada da fare prima di poterla includere nel carrello della spesa. 

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Fonti:

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Is lab-grown meat really better for the environment? https://www.ox.ac.uk/news/2019-02-19-lab-grown-meat-really-better-environment

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